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PISTOIA: GIORNATA DEGLI INTERNATI ITALIANI

Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, istituita con legge 13 gennaio 2025, n.6.

di Giorgio Petracchi | 17 Ottobre 2026

Medaglie d’onore conferite agli ex internati militari pistoiesi nei campi di concentramento tedeschi

Pistoia, 21 settembre 2026

Saloncino della Musica, ore 16.00

Il conferimento delle medaglie d’onore agli ex internati militari pistoiesi nei campi di concentramento tedeschi

Dino BOTTAI

Milo DANESI

Luigi INNOCENTI

Rino NUCCI

Solferino NANNOTTI

guida la nostra memoria a ricordare una delle tragedie più drammatiche della nostra storia nazionale, ma anche delle più ricche di insegnamenti.

In primo luogo, per le sue dimensioni.

L’internamento di militari e civili è stato un fenomeno di massa; ha riguardato più di un milione di uomini, ovvero ha coinvolto oltre 10 milioni di familiari.

In secondo luogo, per il suo significato etico – politico. Il NO! di 650 mila soldati italiani ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana, di 650 è stata la prima manifestazione di <<resistenza non armata>> contro il fascismo e il nazismo, una sconfitta morale e politica nei confronti di entrambi

In terno luogo, per il suo significato ontologico, che attiene cioè all’essere. L’esperienza toccata in sorte  a Bottai, Danesi, Innocenti, Nucci, Nannotti, fa risaltare tutta l’insignificanza dell’essere umano di fronte alla storia, ma la resilienza della natura umana esalta la sua fragilità che è anche la sua preziosità. Ha ragione André Malraux quando dice Une vie ne vaut rien mais rien ne vaut une vie !

La vita di Bottai, Danesi, Innocenti, Nucci, Nannotti (e quella delle centinaia di migliaia dei soldati italiani), fu travolta quando meno se le aspettavano: l’8 settembre 1943.

Il rovesciamento delle alleanze fu attuato malamente dal governo Badoglio. Non è questa l’occasione per entrare nei dettagli. Modalità e tempistica sono spiegati nella mia introduzione, citata del signor Prefetto, al Diario di prigionia del col. Salvatore De Vita. Il fatto è che i soldati italiani in Italia, in Francia, in Grecia e nei Balcani furono lasciati senza direttive, senza istruzioni, senza ordini. I tedeschi, invece, si aspettavano da tempo il voltafaccia del governo Badoglio. E si erano preparati a reagire.

All’alba del 9 settembre, circondarono ogni unità combattente italiana, che – presa alla sprovvista – si comportò diversamente secondo la dislocazione, la logistica, le circostanze. Alcuni reparti italiani si difesero strenuamente; combatterono in Italia a Porta San Paolo, in Grecia a Cefalonia, nei Balcani a Cattaro e anche altrove. Una volta che le unità italiane furono sopraffatte, i tedeschi non ebbero pietà per coloro che erano stati loro alleati fino al giorno prima. Li considerarono  <<traditori>>. E passarono per le armi ufficiali e soldati.  

La maggior parte delle unità italiane, colte impreparate, dovette cedere le armi: ufficiali e soldati furono, perciò, presi prigionieri, caricati in carri bestiame e trasferiti in Germania o in Polonia, dove furono rinchiusi in campi di concentramento:

Offiziers Lager 

Mannschaftsstammlager

Nei primi giorni dopo l’armistizio, la Wermacht li considerò tutti <<prigionieri di guerra>> e si predispose a trattarli secondo le convezioni internazionali.

Il 20 settembre, appena costituita la Repubblica Sociale Italiana, Hitler dispose altrimenti: ordinò che i militari italiani fossero considerati <<internati militari>>.

Questa disposizione sottrasse i militari italiani alla protezione della Croce Rossa Internazionale, e li pose sotto la protezione della Repubblica Sociale Italiana (come Schutzmacht, potenza protettrice). La protezione era alquanto debole,  essendo la RSI uno Stato nelle mani della Germania. Questo rapporto diseguale fra il Reich e la RSI fu all’origine della precaria o mancata assistenza degli Internati. In pratica furono lasciati a se stessi.

Rarissimi furono i pacchi viveri che arrivarono loro dall’Italia; gli scambi epistolari con le famiglie furono ancora più episodici. Il col. De Vita, alla data del 21 ottobre 1943, scrive:

<<Ci dicono che diamo internati, ma per scrivere dicono che siamo prigionieri di guerra, ma se scriviamo prigionieri di guerra cestinano le nostre cartoline>>.

Gli internati ebbero il sospetto che la nozione di Internato avesse un intento punitivo, fosse cioè una sorta di sanzione per il <<tradimento>> consumato dal governo Badoglio; quindi, comportasse per gli Internati un trattamento peggiore rispetto a quello dei prigionieri di guerra.

Il fine della disposizione di Hitler ebbe comunque un risvolto economico: consentì alla Germania di impiegare i soldati italiani, ufficiali compresi, come manodopera.

Nei mesi di ottobre e novembre del 1943 e anche in quelli successivi, gli internati furono posti di fronte ad una scelta cruciale: o arruolarsi nei reparti della Wermacht o della RSI, oppure vivere nei campi di concentramento in condizioni durissime.

Del milione di militari e civili catturati, 190 mila sfuggirono ai tedeschi dopo la cattura;

una parte aderì alla Repubblica Sociale Italiana per così dire <<d’impulso>>;

un’altra parte vi aderì <<per calcolo>>, dopo aver sperimentato le condizioni di vita nei Lager o Stalag.

Il totale delle adesioni alla RSI non superò il 19% del totale: ovvero meno di  200 mila uomini a fronte di 1.006, 780 uomini (Fonte: G. G. Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich, 1943-1945. Traditi, disprezzati, dimenticati, tr, it. Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1997, p. 416).

Come ha già detto 650 mila uomini rifiutarono di arruolarsi. Lo fecero consapevolmente.  E andarono incontro alla fame, al freddo, alle malattie, alle umiliazioni, all’isolamento.

Soldati, sotto ufficiali e ufficiali furono impiegati al lavoro coatto in condizioni quasi schiavistiche. Nei Mannschaftsstammlager la sveglia era alle 4.30 d’estate, alle 6.00 d’inverno.  

L’orario medio di lavoro era di 10-12 ore giornaliere, aggiungendosi il tempo di andata e ritorno dal lavoro (spesso a piedi), e gli appelli estenuanti: uno alla partenza, l’altro al ritorno.

Le reazioni alimentari non superavano le 1.000 calorie giornaliere. Le convenzioni internazionali ne prevedevano almeno 1.700, per prigionieri oltretutto non soggetti al lavoro.

La fame era compagna assidua degli Internati. La fame – si legge in una poesia scritta da Renato Balleri a Luigi Innocenti, entrambi nello Stalag di Belecke –

La fame ci avvolgeva le budella

La testa ci girava dalla debolezza …

Quando uno di noi trovava una patata

Si faceva bollire in un pentolino

E si diceva quanto sarebbe durata.

<<Ho visto soldati prigionieri>> – si legge in una pagina del diario di Iorio Vivarelli internato nello Stalag di Trier – che non erano più soldati, ma gente di trenta chili che si muoveva come larve>>.

Le condizioni igieniche erano deprimenti: nelle baracche non c’erano gabinetti notturni; bisognava uscire e andare nella baracca apposita.

Spesso l’acqua non veniva erogata nei lavandini delle baracche. Funzionava una sola pompa all’esterno e migliaia di internati dovevano fare la coda.

Le cucine erano separate, recintate da filo spinato. 

La sporcizia, unita alla fame e al freddo, era portatrice di malattie. Nei campi di prigionia morirono fra i 45.000 e i 60.000 uomini, senza contare quelli che morirono  dopo il ritorno in patria, a causa degli stenti patiti.

Spogliati della propria divisa, privati cioè della propria identità, sommariamente ricoperti di cenci, oppressi dal cupo dolore della loro infelice condizione, quegli uomini però non morirono dentro. Rimasero vivi nella loro parte interiore. Non caddero nell’abbrutimento.

Non dimenticarono la propria identità di uomini, né quella di soldati. Ognuno si aggrappò a quello in cui veramente credeva: alla fede della propria nutrice (della loro mamma cioè), alla famiglia, ad un volto di donna, <<alla casa e alla Patria bella>>, ricorda con tristezza Renato Balleri a Luigi Innocenti

 E quando la resistenza morale dei singoli veniva meno, interveniva la <<società del lager>>, ossia quell’elemento psicologico della solidarietà di gruppo (come dice Giorgio Rochat) a sostenere le debolezze individuali e a moltiplicare le forze morali di ognuno. In questa tensione nacquero nei vari Lager e Stalag  tante forme di socializzazione: (giornaletti da campo, <<radio a galena>>, intrattenimenti),tante attività proprie degli uomini civili, di uomini cioè con un passato e un avvenire.

Ha ragione il neurologo e psichiatra Viktor Frankl, scampato ai lager nazisti, il quale ha affermato che per quanto crudele sia il viaggio di ciascuno di noi nella sofferenza <<chi ha un perché per vivere sopporta quasi ogni come>>.

A quanto detto si unì anche la percezione della inevitabile sconfitta del nazi-fascismo. E tutto ciò impedì agli Internati di avallare con la propria firma un sistema di violenza che veniva applicato contro di essi in forma di ricatto.

Fu questa scelta che fece restare gli IMI <<dentro la storia>>, cioè come uomini con un passato e un avvenire.

Ritenevano a ragione di aver un proprio ruolo da giocare una volta ritornati in Patria:

In primo luogo perché antifascisti

In secondo luogo perché non coinvolti nella guerra civile italiana.

Purtroppo le cose non andarono come loro avrebbero sperato. La loro esperienza fu considerata poco significativa. E dimenticata. Il caso di Alessandro Natta, futuro segretario del partito comunista italiano, è emblematico.

Nel 1991 rivelò che nel 1954 aveva scritto un libro sulla sua esperienza di internato militare in Germania. Rivelò anche che gli Editori Riuniti, la casa editrice del suo partito a cui aveva spedito il manoscritto, ritennero la sua esperienza poco <<valorosa>> e non pubblicarono il libro. Fu pubblicato solo nel 1997.

Ricordare o dimenticare?  È manifesto che il destino dell’uomo (e della donna), che il destino individuale e collettivo dicevo, si gioca tutto nell’alternativa tra dimenticare e ricordare.

Se l’oblio – come dice Paul Ricoeur –  conduce alla barbarie, la memoria non è sempre neutrale. Essa è costruita di resoconti selettivi del passato e di silenzi significativi. Spesso tramanda il fardello delle colpe inferte o delle mortificazioni subite, di cui prima o poi bisognerà disfarsene. Ciò spiega come ricordare abbia spesso suscitato negli Internati militari un moto di sconforto e di rimozione.

Questo è l’irrisolto problema etico della memoria, il cui valore consiste nel significato con cui la si rievoca. Ora che le è stata restituita, con la legge del 13 gennaio 2025, la sua dimensione di testimonianza, la memoria degli IMI pesa sul nostro futuro e ci impegna a ricordare il valore della <<resistenza morale>> al male del nostro presente.

Giorgio Petracchi                                   Università di Udine

…

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Pubblicato in : Cultura, Politica

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