1. C’è consenso vero, non di facciata, sul ruolo insostituibile che ha la manifattura nell’economia toscana, per la sua crescita? o è considerata una attività di disturbo per ambiente e paesaggio?
Credo che la consapevolezza sia meno sostanziale di quanto sbandierato. La tesi radicale del nostro Manifesto è che tutti gli obiettivi diretti che i politici, i cittadini, i sindacati, gli imprenditori rivendicano in termini di redditi individuali, patrimoni familiari, ambiente e qualità della vita sono raggiungibili solo se la struttura industriale della Toscana regge. Lo chiamiamo il modello ESSE (Efficienza, sostenibilità, sicurezza equità). La tentazione dei sussidi diretti agli individui è però troppo forte e tende a spostare l’attenzione dagli interventi di lungo periodo.
2. di fronte a processi globali di cambiamento sia nei modelli di consumo sia nella dislocazione della produzione, emerge la modestia delle risorse che gli attori locali possono mettere in campo: da qui l’esigenza di una drastica selezione degli interventi sui quali concentrarsi le risorse. ma regione e associazioni sono in grado di resistere alle pressioni degli elettori l’una, delle basi associative le altre?
In passato ciò non si è verificato. La concentrazione delle risorse per la reindustrializzazione è un principio che non cattura consenso facile, neppure nel mondo imprenditoriale.
3. distruzione creatrice e difesa dell’esistente, soprattutto dell’occupazione, a prescindere dal fatto che una azienda in crisi non sia in grado di stare sul mercato: come si possono conciliare? pensiamo alla ex GKN ….
La distruzione creatrice, a partire da Schumpeter fino ai moderni studiosi dello sviluppo endogeno, per essere un veicolo di arricchimento della società deve essere associato all’innovazione tecnologica. La componente della creazione sottintende un rinnovamento produttivo, organizzativo e distributivo. Se si distrugge un’impresa che produce con tecniche obsolete un prodotto non più di mercato per creare un’impresa non si può riprodurre lo stesso profilo produttivo e di vendita. I salvataggi spesso si riducono a una concessione di riduzione di personale in cambio di un piccolo sforzo di capitalizzazione da parte della proprietà. Non è facile ma bisogna cambiare modello.
4. quali possono essere le tre scelte tre, con nome e cognome, che potrebbero contribuire di più a far avanzare la reindustrializzazione? con i maggiori effetti a valle e a monte …
È la domanda, così perentoria, più difficile. E in parte esula dalle nostre competenze, nessuno di noi tre ha esperienze sul campo. Nel Manifesto 2 ci appoggiamo molto alle nuove tipologie organizzative indicate dalla Commissione EU come le Zone Logistiche Semplificate, le Aree di accelerazione industriale, i contratti di filiera e le proposte per il QFP 2028-2034 basate su National and Regional Partnership plans e sull’aggiornamento della Smart Specialisation Strategy.
5. se la regione fallisce clamorosamente sul terreno delle produzioni da rinnovabili (fotovoltaico eolico e anche geotermico) quale speranza c’è che possa compiere le scelte per la reindustrializzazione? non farebbe bene a concentrarsi sulle materie di sua competenza per dare soluzioni e non parole? e su quali in particolare?
La Regione non può fallire sulle fonti rinnovabili e non può esservi un piano B credibile. La reindustrializzazione deve essere al cuore delle scelte di politica economica della Regione. Non posso immaginare che la Toscana, come alcune piccole regioni del Sud, si limiti a gestire (per di più al ribasso) la sanità e niente più. Un anno fa quando tirammo fuori il problema della reindustrializzazione siamo stati additati come professori radical chic poco produttivi. Ora il termine è nel lessico comune di tutti i protagonisti dell’economia regionale. Non è molto ma fa ben sperare, così come l’intervento dell’assessore Marras alla presentazione del Manifesto_ 2 che ha segnato un salto di qualità in termini di consapevolezza e prospettiva.
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QUANDO A UN EBREO SI CHIEDE UN ATTO DI FEDELTÀ, IL NOME È UNO SOLO: ANTISEMITISMO
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