Parlando a Fenix, la festa di Gioventù nazionale, la premier Meloni ha annunciato con grande enfasi l’intenzione del governo di vietare l’utilizzo del burqa a scuola e di porre il limite del 30% al numero degli studenti stranieri per classe («Non esiste, non esiste, – ha detto – che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano gli italiani e che siano diventati la minoranza. Non si può fare»).
L’annuncio e il successivo decreto approvato in Consiglio dei ministri hanno scatenato, com’era prevedibile (e credo auspicato dalla stessa Meloni), un ampio dibattito e accese polemiche: dure critiche le sono state mosse dall’opposizione politica e molte voci indignate si sono levate dal mondo della scuola e della cultura in generale, con prese di posizione di docenti, dirigenti, educatori.
La maggior parte delle dichiarazioni ha affrontato il tema sul piano ideale e dei principi costituzionali, proponendo una visione inclusiva della scuola; per quanto mi riguarda vorrei invece evitare di affrontare la questione su questo terreno e concentrarmi piuttosto su un altro aspetto, a mio avviso più interessante, quello delle ricadute concrete della decisione.
D’altronde il decreto approvato in Consiglio dei ministri ha in parte ridimensionato l’allarme, poiché, rispetto alle parole pronunciate da Meloni sul palco di Fenix, il contenuto di questo testo appare assai meno sovversivo, come si ricava dal comunicato ufficiale del governo (il decreto non è ancora stato pubblicato nella “Gazzetta ufficiale”), eccone un estratto: “Per promuovere l’integrazione degli studenti stranieri, a decorrere dall’anno scolastico 2027/2028 le classi prime sono formate in modo da assicurarne un’equilibrata composizione.
Nella scuola primaria, gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia non possono superare il 30 per cento degli alunni di ciascuna classe prima. Nella scuola secondaria di primo e di secondo grado lo stesso limite vale per gli studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni. Quando le iscrizioni non consentono il rispetto del limite, gli uffici scolastici di ambito territoriale adottano le misure organizzative per un’equilibrata distribuzione tra istituzioni scolastiche limitrofe, nel rispetto del principio di prossimità al domicilio. Sono inoltre previste risorse per attività extracurricolari di potenziamento delle competenze di base nella lingua italiana.”
Tali contenuti, in linea con norme già esistenti, dimostrano che il rischio vero che si corre è di assistere al trionfo del gattopardismo, illudendo le persone che tutto cambi senza che nulla muti davvero.
Non sappiamo quanto abbia pesato l’intervento di Mattarella sul testo uscito dal Consiglio dei ministri, a prescindere da ciò, e a costo di sottovalutare i propositi del governo, penso che il maggiore pericolo in tutta questa vicenda consista nella quasi certezza che nessun cambiamento significativo verrà attuato: sono convinto che tutto questo rumore, i toni allarmati della Presidente del Consiglio, l’intervento urgente del governo tramite decreto, finirà per non produrre nei fatti alcun atto concreto.
A questo proposito basta pensare a quanto ha scritto il “Corriere della Sera” riportando le previsioni del prof. Costanzo Ranci, direttore Laboratorio di Politiche sociali al Politecnico di Milano, il quale ha utilizzato le indicazioni contenute nel decreto e i dati forniti dal ministero per l’anno scolastico 2022/23; con questi ha quindi calcolato che il numero di studenti interessati in tutta Italia dal provvedimento, coloro cioè che andrebbero “spostati” di classe, non arriva a 300! (per l’esattezza sarebbero soltanto di 290). Mi chiedo, allora, di quale emergenza si stia parlando.
Esistono, innegabilmente, criticità legate all’integrazione degli immigrati nelle nostre scuole, specie in certi ordini di scuola, o in certi contesti geografici. Lo sanno bene tutti i docenti impegnati in quelle realtà e in particolare coloro che insegnano Italiano come seconda lingua. Tuttavia gli addetti ai lavori sanno che il problema non deve essere affrontato nei termini grossolani con cui è stato posto dalla Premier.
Proprio questa vicenda, dunque, induce a una riflessione sullo scarto ormai esistente tra le dichiarazioni e i fatti, soprattutto in materia d’istruzione; nutro il fondato sospetto che la scuola sia già da molto tempo (e stia sempre più diventando) il terreno perfetto per la propaganda di qualunque matrice politico-ideologica, a cui corrisponde però uno scarsissimo interesse reale verso questa fondamentale istituzione del paese. L’intervento di Meloni è infatti solo l’ultimo di una lunga serie di annunci e prese di posizione dal chiaro carattere elettorale, destinati a non avere alcuna efficacia.
Si tratta, purtroppo, di un atteggiamento di corto respiro, mirato al consenso immediato, che non riguarda solo i governi di destra, ma coinvolge tutte le forze politiche. Rammento, a proposito di scelte eclatanti e al tempo stesso fallimentari, i banchi a rotelle della ministra Azzolina; in merito poi all’immobilismo causato da una retorica vuota – da cui la sinistra non è affatto esente – osservo solo che non basta evocare in astratto la scuola democratica e inclusiva della Costituzione, baluardo di crescita civile e umana, per risolvere magicamente i mali evidenti che affliggono l’istruzione in Italia.
Forse è proprio questo il problema maggiore per il mondo della scuola: una serie di interventi di facciata o di prese di posizione propagandistiche il cui unico effetto è lasciare che siano i cambiamenti sociali, demografici, culturali a determinare l’evoluzione del nostro sistema d’istruzione.
Tale sconfortante situazione è legata al fatto che migliorare davvero la scuola richiede un lavoro lungo e paziente, complicato da comunicare; mentre annunciare cambiamenti immediati determina subito una forte reazione emotiva e l’interesse degli utenti-elettori. Inoltre attuare riforme del sistema scolastico è rischioso, da una parte perché ci si deve scontrare con resistenze e difficoltà, dall’altra perché i risultati non possono che essere apprezzati a distanza di molto tempo e non producono quindi un consenso elettorale immediato.
Del resto, investire sulla scuola comporta spese enormi, che in questo momento nessuno è in grado di coprire.
Si potrebbe tentare di reperire risorse contenendo alcune spese superflue a favore di investimenti mirati: quanti fondi del PNRR e dei PON sono stati sprecati per sostituire strumentazioni tecniche per niente obsolete e per finanziare progetti di scarsa utilità didattica? Una tale scelta, però, potrebbe non ricevere il consenso di un settore che subisce una progressiva perdita di centralità e il cui personale risulta ormai esasperato dall’erosione del proprio stipendio e dal declino del proprio prestigio sociale.
Meglio quindi annunciare rivoluzioni di chiara impronta promozionale: soprattutto il ministro Valditara non perde occasione di sottolineare gli straordinari cambiamenti introdotti nella scuola italiana, in precedenza vittima – a suo dire – dell’ideologia sessantottina, dei frutti avvelenati dell’egemonia culturale della sinistra: vedi la riforma dei curricoli col ritorno, tra l’altro, alla centralità della storia dell’Occidente; l’importanza attribuita alle regole e alla disciplina (con il 5 in condotta che determina la bocciatura); l’educazione sessuo-affettiva vietata nella scuola dell’infanzia e alle elementari e consentita a partire dalle medie solo previa autorizzazione delle famiglie. In questo modo si punta a colpire facili bersagli polemici, come i docenti di sinistra, il Sessantotto, l’immigrazione, la mancanza di regole e d’autorità, in modo da accontentare i propri supporter e parlare alla pancia del paese.
Anche in questo caso evito di entrare nel merito delle scelte e mi limito a far notare come la scuola sia ormai troppo spesso bersaglio di proclami polemici, quando non di vere e proprie piccole crociate: basta pensare alla lotta al 6 politico – un falso problema nella scuola di oggi – a cui il Ministro contrappone il criterio del merito (non a caso adesso abbiamo il MIM, Ministero dell’Istruzione e del Merito, appunto). Ciononostante, viene da chiedersi se tutta questa insistenza sul merito abbia per caso prodotto un aumento delle eccellenze nella scuola italiana. A parte il fatto che nessuno si sta preoccupando di monitorare questa ipotetica valorizzazione dei migliori, non vedo quali significative azioni siano state compiute per favorire l’emergere degli alunni più capaci e meritevoli, fatta salva l’introduzione di qualche borsa di studio.
L’impressione è che in molti casi si ritenga sufficiente l’effetto annuncio per risolvere i problemi, quando invece la realtà rimane immutata, attuando una sorta di riformismo dei proclami, un meccanismo che assomiglia molto alla demagogia.
Emblematico in questo senso, tra i provvedimenti sopra citati, è il crescente peso attribuito al rispetto delle regole scolastiche e al voto di condotta, introdotto dal Ministro come una rivoluzione copernicana: anche in questo caso non esistono dati su quanti siano gli alunni bocciati a causa del comportamento, ma da quanto posso constatare tutto procede come prima e non si registrano neppure miglioramenti disciplinari. Evidentemente, gli alunni non si sono fatti intimorire dal rischio (remoto) della bocciatura, né dal pericolo (più concreto) che il 6 in condotta determini un debito in Educazione civica da riparare a Settembre, e neppure dall’eventualità (frequente) che l’8 in condotta abbassi il credito scolastico.
Gli stessi docenti hanno recepito tale cambiamento con la logica – ormai diffusa – dell’adattarsi limitando i danni, cercando di incorrere il meno possibile nella “seccatura” di comminare note disciplinari, ben consapevoli che queste sono una causa certa di polemica da parte dei genitori e che in caso di contestazioni i dirigenti scolastici si dimostrano più propensi ad accogliere le richieste dell’utenza che a difendere le scelte assunte dai docenti. Per non parlare delle sanzioni disciplinari più severe: a dispetto del proposito ministeriale di riportare nelle scuole la disciplina e il rispetto delle regole, i docenti tendono orami a evitare di sospendere gli alunni anche di fronte a gravi episodi di indisciplina, poiché per sospenderli occorre impegnare gli studenti in “lavori socialmente utili”, per i quali sarebbero necessarie convenzioni con enti e associazioni del territorio: altrimenti l’impegno di predisporre un percorso di “cittadinanza attiva”, attraverso attività di pubblica utilità da svolgere a scuola, ricade sul docente stesso, che si assume così un ulteriore carico di lavoro e di responsabilità, oltre alle immancabili incombenze burocratiche.
Al contrario di quanto sinora sostenuto, si potrebbe credere che almeno una decisione assunta da Valditara, vale a dire la modifica appena varata delle linee guida dei programmi scolastici, avrà un impatto forte sulla didattica: personalmente dubito che basti qualche revisione delle linee guida o dei manuali scolastici per cambiare il modo di lavorare dei docenti e ritengo che per innalzare la qualità dell’insegnamento e il livello degli apprendimenti non occorrano riforme dei programmi (oltretutto assai controverse) e converrebbe semmai scommettere sulla formazione in itinere, retribuendo le ore a essa dedicate e premiando quindi gli insegnanti che si aggiornano con regolarità.
Concludo auspicando che chiunque si troverà a governare la scuola provi a partire da obiettivi modesti e tangibili, su cui mettere d’accordo i vari attori, a costo di rinunciare ad ambiziose riforme che, alla prova dei fatti, si rivelano velleitarie: la scuola, per usare una metafora, è un edificio che ha bisogno anche di manutenzione ordinaria, senza la quale continuerà il suo stato di abbandono e il progressivo deterioramento di tutta la struttura.
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