La vicenda di Torino e del centro sociale Askatasuna ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema che in Italia riaffiora ciclicamente: la difficoltà di una parte della sinistra costituzionale nel prendere posizioni nette e non equivocabili di fronte a episodi di violenza politica perché ogni volta che si verificano aggressioni, devastazioni o atti che travalicano la protesta per sconfinare nella violenza organizzata, la reazione di una certa area politica , la sinistra, sembra seguire un copione già scritto e cioè quello della condanna formale ma accompagnata sempre da un “però”, un “ma”, un “bisogna vedere”, un “contestualizziamo”.
Questa ambiguità non è certo un dettaglio “retorico” ma un elemento che incide profondamente sulla credibilità di chi si propone come difensore dei valori democratici e della libertà di espressione perché la libertà di manifestare non è mai stata, né potrà mai essere, libertà di devastare, incendiare, aggredire.
Eppure, di fronte a episodi come il linciaggio del poliziotto a Torino o l’incendio di un mezzo delle forze dell’ordine, una parte della sinistra ha preferito rifugiarsi in formule elusive, evitando una condanna piena e incondizionata e il loro problema non è solo comunicativo, ma oserei dire, culturale. Una parte della sinistra italiana infatti continua a considerare alcuni centri sociali e movimenti antagonisti come una sorta di “area grigia” da non scontentare, un bacino identitario da preservare e da qui la loro difficoltà a tracciare una linea netta tra dissenso legittimo e violenza criminale e la tendenza a minimizzare, relativizzare, “contestualizzare”.
Quando un rappresentante istituzionale, interrogato sul linciaggio di un agente, risponde che “devono condannare i giudici, non noi”, non sta solo evitando una presa di posizione ma sta implicitamente suggerendo che la violenza possa essere letta come “reazione politica”, come frutto di un contesto, come qualcosa che non merita una condanna morale immediata e questo per la maggior parte dei cittadini è un messaggio devastante per la credibilità delle istituzioni e per la fiducia degli stessi nelle istituzioni.
Il malcontento che emerge nel Paese nasce anche da una percezione diffusa che la giustizia pare applicare criteri diversi a seconda dei soggetti coinvolti. L’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di “omicidio volontario” di un poliziotto che reagisce a un’aggressione armata di un pusher viene percepita come un automatismo severo, mentre la scarcerazione in poche ore di chi ha partecipato a un’aggressione di gruppo contro un agente appare come un segnale di lassismo.
Questa percezione, vera o falsa che sia, alimenta un sentimento di sfiducia e di esasperazione nella popolazione e quando la politica non riesce a dare risposte chiare, il distacco tra cittadini e istituzioni cresce.
La sinistra italiana vive da decenni una contraddizione irrisolta: vuole presentarsi come forza di governo responsabile, ma fatica a recidere il cordone ombelicale con una parte del suo immaginario storico, quello che vede nelle forze dell’ordine un potere da guardare con sospetto e nei movimenti antagonisti una forma di “dissenso sociale” da proteggere e così la presenza di esponenti politici accanto a realtà come Askatasuna non è certo un semplice dettaglio folkloristico quanto piuttosto un chiaro segnale politico, la dimostrazione che una larga parte della sinistra italiana non ha ancora compiuto fino in fondo il passaggio culturale necessario per distinguere tra protesta e violenza, tra dissenso e criminalità.
In questo contesto, misure come i decreti sicurezza vengono percepite da molti cittadini come una risposta “necessaria e proporzionata” e questo non perché si desideri uno Stato autoritario, ma perché uno Stato democratico ha il dovere di difendere se stesso, i cittadini e i suoi servitori perchè la tutela dell’ordine pubblico non è un capriccio politico bensì una condizione essenziale per garantire i diritti di tutti, a partire da quelli dei manifestanti pacifici.
Quando gruppi organizzati trasformano le città in teatri di guerriglia urbana, quando un agente viene circondato e picchiato da un branco, quando un mezzo delle forze dell’ordine viene incendiato, non siamo più nel campo della protesta ma in quello della violenza politica, dell’eversione e del terrorismo e questa violenza politica, in una società civile e democratica, non può essere tollerata né minimizzata.
Se la sinistra continua a mostrarsi incerta, ambigua, incapace di prendere posizioni nette, rischia di allontanarsi sempre più da un elettorato che chiede sicurezza, chiarezza e responsabilità e gli italiani non sono ingenui né autolesionisti: vedono, giudicano, traggono conclusioni e quando percepiscono che una parte politica non è in grado di difendere lo Stato quando viene attaccato, difficilmente le affideranno il governo del Paese.
L’ambiguita di questa sinistra sarà il lasciapassare al governo Meloni bis.
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CENTRO: IL DIALOGO POLITICO
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