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MACCHÉ RIABILITAZIONE, SOLO MAGGIORE OBIETTIVITÀ

La storia d’Italia nel periodo fascista ricondotta da Renzo De Felice
alla sua realtà effettuale, come antidoto all’interpretazione ideologica, che, senza ritrattare, non riscrive, ma riproduce all’infinito lo stesso canone.

di Giorgio Petracchi | 13 Gennaio 2026

Giorgio Petracchi Il realismo storico di Renzo De Felice

La comunità scientifica deve essere grata a Francesco Perfetti per aver saputo ricostruire con onestà intellettuale la via alla storia di Renzo De Felice. L’ha ricostruita a tutto tondo. Ha ripercorso le tappe della sua formazione intellettuale, dall’avventura giovanile con il comunismo, ai suoi incontri formativi con Giuseppe De Luca e Delio Cantimori. Ha analizzato la sua vasta produzione scientifica, seguendo l’itinerario dei suoi interessi e dei canoni interpretativi che la ricerca gli suggeriva: in sintesi, ha tracciato l’evoluzione del suo pensiero segnato di volta in volta dall’influenza di George Mosse, di Gino Germani, di François Furet. Ha ricordato la sua collaborazione a riviste quali «Società», «Tempi moderni», il «Nuovo osservatore politico economico sociale» e la sua attività di organizzatore di cultura. Insomma, ha fatto il bilancio della vita dell’uomo e dello storico Renzo De Felice, un bilancio che cercherò di sintetizzare nell’ordine cronologico proposto dall’Autore.

Preliminarmente, però, vorrei ringraziare Francesco Perfetti per il viaggio che mi ha consentito di fare nella memoria. Mi ha fatto ricordare il giorno in cui De Felice si rivolse a me, sulla soglia di casa sua (in via Cesari 8), con l’appellativo «cittadino!». Come già aveva fatto con lui. Più tardi, sarebbe passato al tu e mi indusse a fare altrettanto. Ero uno di quei giovani di eterogenea esperienza e formazione – come scrive Perfetti – che all’inizio degli anni Settanta si accostarono a «Storia contemporanea», da lui fondata. Ci si avvicinava a quella rivista perché offriva un punto di riferimento privo di pregiudizi ideologici. Avevamo l’ambizione di ricostruire la storia wie es eigentlich gewesen ist (tanto per citare Leopold von Ranke, cui De Felice stesso si ispirava). Ricordo la disponibilità di De Felice ad ascoltare, a discutere di cultura e di politica. La stessa disponibilità che aveva ricevuto dal suo maestro e amico Delio Cantimori e che De Felice trasferiva altrettanto generosamente ai giovani che riceveva.

Non ho nessun imbarazzo ad ammettere che l’esempio di De Felice, il suo coraggio intellettuale (e il suo sostegno) mi hanno spinto ad avventurarmi all’interno di un territorio largamente inesplorato. Per così dire del tutto «revisionista». Uso questo termine tanto per intenderci. Non credo alla categoria del «revisionismo», né in senso buono (come categoria della ricerca storica). né in senso spregiativo (come riabilitazione surrettizia). Credo come Dario Antiseri che ci siano storici seri e storici meno seri, storici bravi e meno bravi. Non ho mai accennato, per pudore, parlando con De Felice alla sua avventura con il comunismo, né «all’indimenticabile» 1956, quando egli lasciò il partito comunista. Ma ho capito che nel secondo dopoguerra tanti giovani – orfani come lui della cultura storicistica, imperniata sul contributo di ogni popolo all’affermazione di quei valori di cui era portatore – cercavano di ripensare il rapporto fra politica e cultura.

Il marxismo in veste comunista offriva allora ai giovani un forte accreditamento per edificare una nuova cultura. Già prima del 1956, però, De Felice aveva maturato insoddisfazione – come scrive Perfetti– per la metodologia ortodossamente marxista e materialista. Si portò dietro qualcosa di quell’esperienza? Forse Emilio Gentile accentua troppo il lascito di quella eredita, ma certamente De Felice – come riconosce Perfetti – riservò sempre attenzione, di origine gramsciana, al ruolo giocato dalla cultura nella società.

 C’e un altro aspetto che non ho mai approfondito con De Felice. E che giustamente Francesco Perfetti ripropone alla nostra attenzione. Non ho mai discusso con lui i suoi studi sull’Italia giacobina, tantomeno la sua suggestiva tesi sull’«evangelismo giacobino», che secondo De Felice non contiene spunti e motivi di tipo giansenistico. E ne sono dispiaciuto. Quando ho studiato il fenomeno di Scipione de Ricci a Pistoia e le ripercussioni della rivoluzione francese in Toscana, De Felice non c’era già più. E sono rimasto impigliato nell’opera dello studioso americano Dale K.Van Kley, Religious Origins of the French Revolution, che sprizza giansenismo da tutti i pori. Fa bene, quindi, Francesco Perfetti a delineare la figura di De Felice quale studioso del Settecento, rimasta alquanto sbiadita rispetto a quella di De Felice studioso del fascismo.

Io l’ho incontrato in questa ultima veste. L’ho conosciuto ancora prima che io diventassi Doctor rerum politicarum, quando nel 1965 De Felice venne a Firenze a presentare nella Facoltà di Scienze Politiche il suo Mussolini il rivoluzionario. Dai primi anni Sessanta, ormai De Felice era fuori da ogni suggestione marxista. La sua via alla storia era lastricata su di un solido strato di «realismo storico», scrive Perfetti (p. 207), costruito sull’esplorazione di una mole sterminata di materiali di prima mano, organizzati con sapiente approccio interdisciplinare. Era insomma già abituato a lavorare nel solco della tradizione filologico-erudita. La Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, apparso nell’ultimo scorcio del 1961 e ripubblicato più volte, ha costituito il punto di svolta nell’evoluzione di Renzo De Felice storico.

Il libro sollevò molte discussioni e fu accompagnato da astiose polemiche. De Felice fu persino accusato di usare la storia come strumento di obiettivi politici, di essere, insomma un «piccolo mascalzone di chi sa quale mandante». La complessità della ricerca e gli esiti polemici che ne erano conseguiti, convinsero De Felice e Delio Cantimori, a quell’epoca suo amico e mentore, che era praticamente impossibile spiegare le vicende recenti, e quelle più vicine, della storia italiana, se non prendendo di petto Mussolini e cimentandosi con la storia del fascismo. Ciò che De Felice intraprese agli inizi degli anni Sessanta, appena gli archivi italiani (l’Archivio Centrale dello Stato in primo luogo) furono aperti agli studiosi e la documentazione ivi conservata resa disponibile alla loro consultazione.

Il primo volume della biografia, Mussolini il rivoluzionario, apparve pochi anni dopo, nel 1965. La sua pubblicazione, ricorda Perfetti citando Giovanni Sabbatucci, provocò una vera «rivoluzione storiografica». La consultazione di una massa imponente di documenti d’archivio, combinata ad altre fonti eterogenee, fece salire la ricerca storica ad un livello più alto di oggettività, sottraendola di colpo alla memorialistica, alle percezioni personali, alle categorie ideologiche. Il libro produsse un salto metodologico, ma anche un sussulto d’indignazione. La storiografia militante rimproverava a De Felice l’assenza dell’analisi delle strutture e delle forze oggettive come motore della storia del primo dopoguerra italiano, e l’incapacità di cogliere la complessità della realtà sociale usando un impianto metodologico di genere biografico. De Felice pensava altrimenti: più un personaggio – in questo caso Mussolini – acquistava potere più era specchio del suo tempo.

Nelle critiche di parte laica indignava l’aggettivo «rivoluzionario» attribuito a Mussolini. Indignava che Mussolini fosse presentato ripulito dei panni rozzi e plebei, degli atteggiamenti caricaturali, fino ad allora largamente abusati. Si disse anche che De Felice fosse rimasto vittima del «magnetismo personale» di Mussolini. L’analisi che di quel libro rimane magistrale è quella dell’incontro tra socialismo rivoluzionario e nazionalismo, movimenti politici fino ad allora di segno opposto (e più tardi, sotto un altro versante, l’incontro tra Mussolini e Gentile).

L’elemento generatore della loro convergenza fu la guerra. Angelo Tasca, la cui lezione De Felice accoglie, aveva pur scritto che la guerra stessa era una rivoluzione: socialista o nazionale, era pur sempre l’elemento generatore di una rivoluzione che il Risorgimento aveva eluso. Francesco Perfetti ne avrebbe fatto poi oggetto di approfondimento nello studio La «conversione» di Mussolini all’interventismo. Le numerose recensioni ricevute dal successivo volume (in due tomi) Mussolini il fascista, anche le più critiche, si mantennero, tuttavia, contenute in un clima di dissenso scientifico.

Il cambio di clima si produsse circa dieci anni dopo, quando giunto al quarto volume (Mussolini il duce) della sua monumentale biografia, nel 1975, De Felice senti il bisogno di esporre in un libro intervista la sua interpretazione del fascismo. Essa ruota attorno ad alcune tesi fondamentali, che Perfetti riassume: – la distinzione tra fascismo movimento e fascismo regime; – la definizione del fascismo italiano come rivoluzione dei ceti medi emergenti; – la profonda differenza fra fascismo e nazismo. Con quell’intervista De Felice sfidò la storiografia contemporanea troppo sicura di sé. Rispetto a coloro che reputavano inscindibile nella realtà storica il fascismo-movimento dal fascismo-regime, provvide intanto a demitizzare il fascismo, distinguendo il regime dal movimento (George Mosse). Più in generale mise in discussione dalle fondamenta le conclusioni di due indirizzi storiografici fino ad allora dominanti: il primo, di matrice marxista, secondo cui il fascismo sarebbe stato il prodotto puro e semplice del grande capitale finanziario; il secondo, di matrice azionista, secondo il quale il fascismo sarebbe il risultato della debolezza della storia d’Italia. In opposizione, De Felice aveva rivalutato la tesi di Luigi Salvatorelli che vedeva nella piccola borghesia declassata e minacciata dalla classe operaia, il ceto sociale più attratto dal fascismo.

L’intervista surriscaldò il già caldo luglio del 1975. La critica oltrepassò i limiti della polemica, tracimò dall’indignazione alla denuncia, al linciaggio morale. «La pugnalata dello storico», intitolò un giornale. Non tutte le tesi di De Felice potevano essere altrettanto convincenti, riconosceva Rosario Romeo (No al linciaggio), sceso in difesa di De Felice su «Il Giornale» del 19 luglio (e sia detto tra parentesi, io personalmente bordeggio piuttosto l’opinione di Danilo Veneruso, secondo cui la rivoluzione fascista fu «una rivoluzione senza contenuto», che a partire dal 1923 Mussolini cercò di riempire di elementi che ne connotassero la specificità). Ma – insisteva Romeo – nessuna divergenza d’opinione avrebbe giustificato l’aggressione a cui De Felice fu sottoposto e l’accusa affibbiatagli di essere uno storico revisionista (e Perfetti ripercorre la storia squalificante dell’aggettivo) con il fine politico della riabilitazione surrettizia del fascismo.

Esemplare, a questo riguardo, fu l’articolo di Franco Ferrarotti (Gli storici e il fascismo, «Paese Sera» 14 luglio 1975):  É mai possibile che [De Felice] non si renda conto, da storico, della natura squisitamente politica e degli effetti mistificatori di un’interpretazione di un fenomeno cosi rilevante per l’Italia come il fascismo che pretenda di trattare asetticamente come qualche cosa che non ci riguarda più, di qualche cosa di non «risuscitabile», di passato per sempre? Non è anche questo un modo, il più insidioso, di offrirsi disarmati ad un nemico che resta oggi, come ieri, mortale?  Questa ed altre simili prese di posizione si ergevano a difesa di giudizi morali e ideologici acquisiti a priori in base ai quali decidere quali fatti potevano o non potevano diventare oggetto di una ricerca storica. Contro lo sciacallaggio e a difesa della libertà di opinione scese in campo anche Giorgio Amendola con l’articolo Per una storia dell’antifascismo (L’«Unita», 20 luglio 1975). Perfetti sfuma alquanto questa polemica, opportunamente.

Rimarrebbe da chiedersi quale parte abbia giocato la congiuntura politica del 1975, contrassegnata dalla forte avanzata del partito comunista, nell’accendere la miccia che fece esplodere la polemica sul fascismo. Nel proseguo della sua analisi, Perfetti ricostruisce la politica estera di Mussolini, che costituisce la parte preponderante del primo e del secondo volume Mussolini il duce. Nel secondo volume Lo Stato totalitario, Perfetti fa un’analisi del capitolo Mussolini tra il realismo politico e il mito della nuova civiltà. É un capitolo essenziale per capire le ragioni ideologico-culturali dell’aspirazione mussoliniana di portare l’Italia nella Storia; ragioni che al di là della contingenza sarebbero state alla base delle scelte mussoliniane in politica estera.

De Felice si interroga in questo capitolo se Mussolini fosse all’altezza delle sue aspirazioni. La risposta di De Felice è No: Mussolini non fu un grande (uomo di Stato), neppure un grande distruttore. Non lo fu perché fu schiavo del suo mito. Perfetti considera il capitolo tra i più profondi e convincenti dell’intera opera defeliciana. Condivido in pieno la sua opinione. Prima di analizzare la parte conclusiva della produzione di De Felice, Perfetti si sofferma – giustamente – sull’intervista che Giuliano Ferrara fece a De Felice nel dicembre 1987. L’intervista divenne un caso politico giornalistico sia per le circostanze in cui era nata (l’incontro Craxi-Fini, nuovo segretario del MSI), sia per le posizioni sostenute da De Felice sulle fondamenta della Costituzione, sul carattere e sul futuro della nazione. Erano temi sui quali stava riflettendo da tempo, e che si riproponeva di sviluppare nell’ultimo volume Mussolini l’alleato: La guerra civile, 1943-45, volume rimasto incompiuto. Alcuni di questi temi furono però anticipati nell’intervista a Pasquale Chessa Rosso e Nero, apparsa nel 1995. La centralità dell’intervista è la crisi della nazione italiana, la debolezza etico-politica del sentimento nazionale, di cui l’8 settembre è la data simbolo. Quello «sciopero morale», come lo definisce, non poteva essere spiegato solo con gli aspetti negativi del regime fascista, ma rappresenta il male italiano che avrebbe portato alla «morte della patria».

Memore della lezione di Rosario Romeo, De Felice ricollega le sue riflessioni alla centralità che nella cultura e nell’opera di Romeo riveste il problema della nazione. Nelle pagine del libro che non ha potuto portare a termine, De Felice intraprende l’ambizioso sforzo di collocare Repubblica Sociale italiana e Resistenza in un quadro più generale. In questa impostazione rivive la lezione di Romeo secondo il quale un paese idealmente separato dal suo passato è un paese in crisi di identità. Da qui il recupero da parte di De Felice degli aspetti patriottici e nazionali della Resistenza (penso al rilievo dato alla figura di Alfredo Pizzoni) e dell’azione di coloro i quali, dalla parte di Salò, agirono in nome di un comune riferimento all’idea di nazione. Questo impianto di storia parallela, volto a riguadagnare il livello della storia nazionale, non è finalizzato a ridimensionare la Resistenza, il cui valore storico – nel giudizio di De Felice – nessun revisionismo sarebbe mai stato in grado di negare, ma certamente porta ad un ridimensionamento dell’antifascismo. Conduce a ciò proprio la considerazione del fatto che non tutto l’antifascismo era democratico, ragion per cui la fine della guerra rappresentò la vittoria dell’antifascismo, non della democrazia. In quest’ottica perciò De Felice fa carico alle forze politiche di aver fatto di quegli anni una storia alternativa (una «vulgata») a quella effettuale. E quando questa «vulgata» veniva in qualche modo messa in discussione, si levava il polverone per perpetuare il predominio della politica sulla cultura.

Questo e il lascito di De Felice, che Francesco Perfetti ci ricorda.

.

Giorgio Petracchi  in NUOVA ANTOLOGIA Rivista di lettere, scienze ed arti Serie trimestrale fondata da GIOVANNI SPADOLINI Luglio-Settembre 2025 Vol. 635 – Fasc. 2315

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Pubblicato in : Cultura, Politica

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