La figura del deputato socialista, se adeguatamente studiata e divulgata, risulterebbe quanto mai esemplare e di sprone alla vita politica dell’Italia contemporanea. Anzitutto Matteotti fu davvero un politico radicato sul territorio, amministratore locale attento all’equilibrio dei bilanci comunali, all’efficacia dell’azione amministrativa e alla correttezza nella gestione delle opere pubbliche. Da recuperare sarebbe anche la «sua interpretazione della militanza politica quale etica del lavoro e della conoscenza» perseguita anche nelle vesti di deputato, dal 1919 al 1924. Un riformista pragmatico, come lo ha definito. Questa attenzione alla verità dei fatti, allo smascheramento della propaganda falsa e tendenziosa, propalata persino da accreditati organi di stampa, ne contrassegnò anche l’azione antifascista, già ben delineata nel discorso alla Camera del 31 gennaio 1921. Matteotti non considerava affatto effimero il fenomeno fascista e vi lesse subito la saldatura tra convergenti interessi di classe, dei ceti medi con gli agrari: «Siamo i primi a riconoscere le origini storiche e la necessità del fascismo, siamo i primi a interpretarne la giustificazione economica, quasi direi come necessità sociale di questo momento». Il contesto ne aveva determinato la nascita, la crescita e il consenso. Ciò non face- va del fascismo l’autobiografia della nazione, secondo l’interpretazione che ne dava in quegli stessi anni Piero Gobetti, che di Matteotti apprezzò il coraggio, la tempra di uomo forte e severo, giudicato come del tutto alieno rispetto alle tendenze compromissorie e opportunistiche del riformismo socialista. Ciò però significava, come sottolinea Massimo L. Salvadori, disconoscere la coerente e decisa adesione matteottiana all’ala riformista del socialismo italiano.
Espulsi dalla risicata maggioranza massimalista il 3 ottobre 1922 in occasione del XIX congresso del Psi, i gradualisti guidati da Filippo Turati avevano il giorno dopo costituito il Partito socialista unitario (Psu), di cui Matteotti assunse la segreteria. Nonostante egli ne rappresentasse l’ala “sinistra”, per così dire, o “rivoluzionaria”, per usare le parole di Salvadori, la scelta riformista lo legava strettamente e con convinzione a quel Turati che invece Gobetti, nel suo celebre saggio Rivoluzione liberale, uscito nel marzo del 1924, non esitò a bollare come «il più formidabile diseducatore dell’Italia moderna». Ennesimo esempio, questo giudizio gobettiano, delle profonde divisioni interne allo schieramento antifascista che non seppe, nemmeno all’indomani del delitto Matteotti, sfruttare l’ondata di indignazione popolare che attraversò il paese e che per alcuni mesi incrinò la solidità del governo guidato da Mussolini.
Salvadori evidenzia come «i modi in cui Turati da un lato e Gramsci dall’altro si volsero a guardare alla figura dell’ucciso testimoniarono il fossato incolmabile che divideva i socialisti unitari e i comunisti». In un articolo dal titolo Il destino di Matteotti, pubblicato il 28 agosto 1924 su «Lo Stato operaio», il neosegretario del Partito comunista giudicava l’uccisione del leader riformista come la conferma della via errata perseguita dai socialisti, tanto riformisti quanto massimalisti:
Vi è una espressione incisiva del compagno Radek, da lui usata nel commemorare, in una assemblea di comunisti, al congresso della Internazionale, un militante del nazionalismo tedesco fucilato nella Ruhr dai nazionalisti francesi che ci torna a mente ogni volta che pensiamo al destino di Giacomo Matteotti.
«Pellegrino del nulla» chiamava il compagno Radek il combattente sfortunato, ma tenace fino al sacrificio di sé, di una idea la quale non può condurre i suoi credenti e militanti ad altro che ad un inutile circolo vizioso di lotte, di agitazioni, di sacrifici senza risultato e senza via di uscita. «Pellegrino del nulla» appare a noi Giacomo Matteotti quando consideriamo la sua vita e la sua fine in relazione con tutte le circostanze che danno ad esse un valore non più «personale», ma di indicazione generale e di simbolo. […] Il sacrificio di Matteotti è celebrato nel solo modo degno e profondo dai militanti che nelle file del partito e dell’Internazionale comunista si stringono per prepararsi a tutte le lotte del domani. Solo per essi la classe operaia cesserà di essere «pellegrina del nulla», cesserà di passare di delusione in delusione, di sconfitta in sconfitta, di sacrificio in sacrificio, per voler risolvere il contraddittorio problema di creare un mondo nuovo senza mandare in pezzi questo vecchio mondo che ci opprime, solo per essi la classe operaia diventerà libera e padrona dei propri destini.
Insomma, ogni occasione era buona per portare avanti le polemiche interne al fronte variamente socialista, anche la barbara uccisione di un esponente del calibro di Matteotti, probabilmente in quel momento il vero leader dell’antifascismo. Del resto, ancora più eloquente risulta un altro discorso gramsciano, tenuto un paio di settimane prima al Comitato centrale del PCd’I (13-14 agosto):
Oggi siamo in linea per la lotta generale contro il regime fascista. Alle stolte campagne dei giornali delle opposizioni rispondiamo dimostrando la nostra reale volontà di abbattere non solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati.
Com’è noto, il primo di coloro che Gramsci bollava come «semifascisti» sarebbe stato vittima delle violenze fasciste nell’estate dell’anno successivo, mentre agli altri due sarebbe toccato l’esilio. Ma questo era il contesto hobbesiano, di bellum omnium contra omnes, operante persino in area antifascista e che minava l’Italia postbellica. Contesto entro il quale la duplice azione mussoliniana, eversiva e politico-parlamentare, poté insinuarsi e infine trionfare.
D’altronde Matteotti, dopo alcuni tentennamenti durante il biennio rosso, quando l’esempio bolscevico gli fa per un attimo carezzare «l’ipotesi del ricorso alla violenza politica organizzata», imposta definitivamente il proprio socialismo in senso anticomunista. Si dichiara avverso alla presa violenta del potere secondo il modello leninista. Peraltro è da notare che nelle elezioni del 6 aprile 1924, pur gravemente condizionate da numerose intimidazioni e violenze fasciste (con seggi presidiati dalla Milizia nazionale), il Psu risultò il primo partito della sinistra, con 422.957 voti e 24 eletti, di fronte ai 360.64 voti con 22 eletti del Psi e ai 268.191 voti con 19 eletti del Pcd’I28. Eloquente rispetto all’orientamento anticomunista preso dal partito di Matteotti è la lettera con la quale egli stesso, proprio in qualità di segretario del Psu, risponde alla direzione del Pcd’I, che il 15 aprile del 1924 aveva pubblicamente rivolto, con una lettera apparsa su “L’Unità”, ai socialisti sia unitari sia massimalisti la proposta di tenere una manifestazione congiunta per la celebrazione del Primo maggio:
Riceviamo la vostra lettera contenente la solita proposta poligrafata per tutte le occasioni. L’esperienza delle altre volte, e dell’ultima in particolare, ci ha riconfermati nella convinzione che codeste vostre proposte, apparentemente formulate a scopo di fronte unico, sono in sostanza lanciate ad esclusivo scopo di polemica coi partiti socialisti e di nuove inutili dispute. Ciò può recare piacere e vantaggio a voi, come al governo fascista, dominante con gli stessi metodi di dittatura e di violenza che voi auspicate. Ma non fa piacere né a noi né alla classe lavoratrice, che subisce il danno delle vostre disquisizioni e dei riaccesi dissensi. Chi ha moltiplicato e inasprito le ragioni di scissione di discordia nella classe lavoratrice è inutile e ridicolo si torni a camuffare da unitario e da “fronte unico”.
Restiamo ognuno quel che siamo: Voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze; noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c’è quindi nulla di comune tra noi e voi.
Voi stessi lo dite ogni giorno, anzi ogni giorno ci accusate di tradimento contro il proletariato. Se siete quindi in buona fede, è malvagia da parte vostra la proposta di unirvi coi traditori; se siete in malafede, noi non intendiamo prestarci ai trucchi di nessuno. Perciò, una volta per tutte, vi avvertiamo che a simili proposte non abbiamo nulla da rispondere. Tanto per vostra norma e definitivamente […].
Peraltro Matteotti non è nuovo a simili risposte, nette, dure ma coerenti, nei confronti degli ex compagni. Già il 25 gennaio di quell’anno a Togliatti, allora membro della direzione del partito comunista, e alla sua proposta di un blocco elettorale aveva risposto in questi termini:
Ho ricevuto oggi la vostra lettera del 24 corr(ente) con allegata copia della deliberazione del vostro Comitato centrale già comunicata alla stampa. Voi ci proponete in sostanza un blocco elettorale ma con tre condizioni o pregiudiziali. Colla prima e al disopra di tutte voi intendete che l’unione delle forze operaie adotti il programma di azione e l’indirizzo tattico comunista che ben sapete antitetico al nostro, come dimostrano le continue polemiche spesso offensive contro di noi.
Colla seconda voi anzitutto approvaste di partecipare alla lotta elettorale in qualunque condizione e quindi veniste a rendere senz’altro impossibile l’astensione del blocco che più immediatamente e efficacemente esprimerebbe la protesta di tutto il proletariato contro il regime di dittatura fascista.
Colla terza voi escludete apriori, come è detto testualmente nel vostro comunicato, “qualsiasi blocco di opposizione al fascismo e alla dittatura da esso instaurata che si proponga come scopo una restaurazione pura e semplice delle libertà statutarie”, magari anche coll’appoggio di elementi non appartenenti ai tre partiti di classe.
Imporre tali condizioni pregiudiziali a una intesa – che secondo noi invece dovrebbe mirare avanti tutto in ogni modo alla conquista delle libertà politiche elementari e a trarre il proletariato dall’attuale tragica situazione – significa non solo rendere assolutamente impossibile l’intesa, ma anche vana ogni discussione.
Se tale era il vostro scopo, lo avete indubbiamente raggiunto. Ma non vi sarà permessa la solita comoda manovra per caricare su di noi la responsabilità, che è vostra, di aver diviso e indebolito il proletariato italiano nel momento più grave di oppressione e pericolo. Quando ricordiate che la vostra precipitosa sconfessione di una nostra possibile astensione di protesta dalle elezioni è venuta a coincidere colle critiche e ingiurie della stampa e organi fascisti, non vi meravigliate neppure del tono preciso di questa nostra risposta.
A proposito della posizione politico-ideologica del deputato socialista, Sergio Luzzatto ha azzardato a definirlo un liberale, sia pure «alla sua maniera». Con ciò lo storico genovese intende dire che, una volta fatta la scelta di restare con Turati e di assumere la segreteria del nuovo Psu, Matteotti si preoccupò di tenere alta la bandiera della libertà coniugata con la democrazia, quest’ultima intesa come equità sociale ed emancipazione delle classi subalterne, le plebi rurali anzitutto. Individuò nella difesa delle prerogative del Parlamento eletto a suffragio universale l’ultimo bastione di una cittadella liberale e democratica, certo ancora fragile e da consolidare, in quel frangente assediata tanto dall’estremismo fascista, alimentato dalla borghesia più conservatrice, arroccata nelle proprie paure e rendite di posizione, quanto dall’estremismo comunista, a cui si accodavano i massimalisti del Psi. A proposito del giudizio matteottiano su origini e sviluppo dell’estremismo politico in Italia, risultano quanto mai eloquenti alcuni passaggi contenuti in un articolo apparso nel marzo del 1924 su “La Giustizia”, divenuto quotidiano ufficiale del Psu con la direzione di Claudio Treves:
L’estremismo italiano, in gran parte di brutta copia francese, vecchia e nuova, blanquista, herveista, Sorelliana [sic!] – prima ancora della guerra e delle sue conseguenze di accensione ideologica, prima della rivoluzione russa e del suo contagio nelle nostre masse – è sempre stato vostro, signori del fascismo! Ed ha sempre avuto in noi, negli attuali esponenti del Socialismo unitario, i fermi e costanti oppositori, in nome del socialismo, della gradualità, della educazione delle folle, della «lotta di classe e non guerra di classe», della concezione classista contemperata e integrata dalla visione dei nessi e delle coincidenze con la realtà circostante, con lo sviluppo della produzione e con gli interessi generali e nazionali, in nome della civiltà e del buon senso, in nome di tutte le ragioni pratiche ed etiche per cui sempre aborrimmo il catastrofismo e la violenza, il miracolismo e l’odio, l’utopismo e il terrorismo, il ciarlatane- simo e la demagogia! […] Vi è una continuità logica, una dirittura di linea perfetta nei rapporti fra noi e quegli uomini che in passato capeggiarono l’estremismo rosso e oggi capeggiano il fascismo. […] Essi, passando dall’estremismo al fascismo, ci combattevano allora come ci combattono adesso. È ben per questo che il loro rancore ha così antiche radici.
Ad accomunare fascisti ed emuli italiani del bolscevismo era dunque l’antiriformismo, che si traduceva in antiparlamentarismo e nel culto dell’azione diretta, spesso violenta e sommaria, nel mito della rivoluzione come atto palingenetico, che non crede al miglioramento lento e paziente, fatto di compromessi virtuosi, acquisizioni graduali di spazi di libertà e crescenti livelli di equità. Ancora più esplicito, se possibile, un altro intervento, sempre del marzo del 1924:
Noi siamo per la libertà per tutti, dentro i limiti fissati dalle maggioranze. Il proletariato diventa maggioranza via via che diventa cosciente, e non sostituendo una barbarie o una sopraffazione ad un’altra. […] Il fascismo trova nel suo avversario, che gli somiglia, un naturale alleato. Se il Comunismo non ci fosse, il Fascismo lo inventerebbe, poiché esso è il pretesto alla sua Violenza e alla sua Dittatura: esso è lo spettro, di fronte al quale le classi medie e produttrici subiscono la violenza e la dittatura attuali. I due sistemi oligarchici si giustificano e si «tengono» a vicenda.
Un paio di mesi prima, quando la Camera fu sciolta e si prospettavano le decisive elezioni politiche dell’aprile, vigente la nuova legge Acerbo, congegnata per premiare elettoralmente i fascisti, la nuova direzione gramsciana del Pcd’I propose un blocco di “unità proletaria” ai due partiti socialisti, Psi e Psu. Angelo Tasca faceva parte della delegazione comunista, presieduta da Egidio Gennari, che incontrò i delegati massimalisti e quelli unitari in una saletta di Montecitorio. Tra questi vi era anche Matteotti, in rappresentanza dei secondi. Era la prima volta che i due avevano occasione di un confronto diretto, di parlarsi faccia a faccia. Questo il resoconto di Tasca, che merita di essere riportato per intero:
La delegazione comunista voleva porre i socialisti unitari, ch’egli rappresentava, davanti all’alternativa: accettare le sue proposte o essere accusati di fare il giuoco del fascismo. Matteotti non si lasciò punto impressionare e calmo, sicuro di sé, dalle prime battute spezzò l’uno dei denti di quell’argomento forcuto. Ricordo il sorriso con cui accompagnò le sue parole: «Quanto all’intransigenza verso il fascismo, chi mi conosce sa che non ho bisogno a incitamenti». Seppi allora ch’egli aveva reagito con estrema violenza contro l’opportunismo e le illusioni di quei suoi compagni che speravano di creare, al fianco di un fascismo «normalizzato», un’opposizione «costruttiva».
Matteotti passò poi alla controffensiva […]: «Lottare a fondo contro il fascismo? D’accordo. Ma in nome di che? Noi vogliamo lottare contro il fascismo in nome della libertà, voi in nome della dittatura. C’è tra noi un dissidio di principio, insuperabile. Appunto perché vogliamo lottare contro il fascismo, non possiamo confondere la nostra posizione colla vostra. La vostra fa il giuoco del fascismo. Siete disposti a dichiarare che rinunciate alla dittatura, che siete contro tutte le dittature? Se sì, possiamo senz’altro far la lista comune; se no, ciascuno deve andare per la propria strada».
Dopo questa testimonianza precedente al rapimento e assassinio del deputato socialista segue dappresso un’altra memoria, successiva ai tragici fatti, con cui sempre Tasca ci rivela in poche parole quale fu la linea seguita dal Pcd’I nella concitata seconda metà di quel fatidico 1924:
Davanti al «caso Matteotti» e al movimento d’opposizione che esso aveva scatenato in Italia, il Centro del partito ebbe una politica oscillante e senza presa sul paese, né nel senso d’una coalizione democratica, né in quello d’una lotta armata contro il regime. Ruggero Grieco, che si era staccato da Bordiga, scriveva nel dicembre 1924 nella “Correspondance Internationale”: «Il fascismo se ne va. La borghesia italiana gli cerca inutilmente un successore. La consegna degli operai e dei contadini ne risulta quindi ancora più precisa: Abbasso, tanto il fascismo di Mussolini, quanto il fascismo mascherato del “democratico” Amendola e del “socialista” Turati». Sono le stesse parole di Togliatti nell’estate del 1922! «Plus ça change, plus c’est la même chose».
Sono tre lunghe citazioni giustificate dal fatto che aiutano a comprendere le profonde divisioni interne al fronte di opposizione antifascista, divergente su metodo e obiettivo finale. Ovvio che l’incalzare degli eventi pretendeva e giustificava variazioni tattiche, lievi o pesanti, anche se a pesare di più, e condizionare, restava sempre l’ideologia, matrice e motrice. Ed è così che la strategia di fondo non mutava. Da parte comunista l’alternativa al sistema vigente era totale e irrevocabile. In particolare, la linea seguita da Gramsci andava in direzione della costruzione di un’autonomia operaia, più precisamente delle classi lavoratrici, contadini inclusi, sostenuta dalla formazione di un partito di tipo nuovo. Si trattava di evitare qualsiasi azione che potesse costituire un compromesso con la classe dirigente liberale, che null’altro era se non l’espressione di quella borghesia capitalistica che andava abbattuta assieme a tutte le sue istituzioni fintamente libere e democratiche. Inoltre, la tesi del “socialfascismo”, di una radicale ostilità nei confronti della socialdemocrazia, accusata di tradimento e connivenza col nemico di classe, era evidentemente già all’opera nell’ottica comunista, ben prima di essere adottata ufficialmente dalla Terza Internazionale nel 1928, in occasione del suo VI Congresso (17 luglio-10 settembre). Chi non operava affinché la classe operaia diventasse il prima possibile pronta alla rivoluzione, alla «lotta vittoriosa per il potere» si rendeva complice della democrazia parlamentare, paravento del dominio di classe della borghesia capitalistica:
La crisi Matteotti – scrive Gramsci su “L’Ordine Nuovo” il 1° settembre del 1924 – ci ha offerto molti insegnamenti a questo proposito. Ci ha insegnato che le masse, dopo tre anni di terrore e di oppressione, sono diventate molto prudenti e non vogliono fare il passo più lungo della gamba. Questa prudenza si chiama riformismo, si chiama massimalismo, si chiama «blocco delle opposizioni». Essa è destinata a scomparire, certamente e anche in un periodo di tempo non lungo: ma intanto esiste e può essere superata solo se noi volta per volta, in ogni occasione, in ogni momento, pur andando avanti, non perderemo il contatto con l’insieme della classe lavoratrice. Così dobbiamo lottare contro ogni tendenza di destra, che volesse un compromesso con le opposizioni, che tentasse di intralciare gli sviluppi rivoluzionari della nostra tattica e il lavoro di preparazione per la fase successiva […] Un grande lavoro deve essere compiuto dal Partito nel campo sindacale. Senza grandi organizzazioni sindacali non si esce dalla democrazia parlamentare.
Ancora nel 1927, in occasione del terzo anniversario dell’assassinio di Matteotti, sempre «Lo Stato operaio» pubblicava un articolo, non firmato, in cui, pur rendendo onore alla tenacia e al coraggio dell’uomo, esempio di sacrificio per quei lavoratori italiani che avrebbero dovuto fornire «nuovi combattenti alla rivoluzione» proletaria, si ribadiva un giudizio nettamente negativo, senz’appello, del pensiero e dell’azione del politico socialriformista:
Matteotti mancò come tutti i riformisti. Mancò per la collaborazione, come per la rivoluzione. Il neutralismo e l’antifascismo ebbero in Matteotti una causa comune: la negazione della violenza. […] Il suo anticomunismo aveva la stessa origine. La ineluttabilità della violenza, la sua funziona storica, la distinzione tra guerra e guerra, tra violenza e violenza, gli erano nozioni estranee. Urlavano anzi profondamente la sua fiducia nello sviluppo pacifico e progressivo dell’umanità, la sua fede nel valore assoluto della libertà e del rispetto delle credenze individuali.
La sua morte quindi è tanto più tragica perché segnò il fallimento della sua concezione, del suo partito, del suo metodo, offrendo persino la possibilità di una riprova nel periodo che essa aprì.
In questo giudizio comunista del 1927 trovava piena conferma l’esistenza di quella discriminante insuperabile nei confronti di socialisti unitari e riformisti che era stata rivendicata con forza dallo stesso Matteotti nella risposta indirizzata alla direzione del Pcd’I e pubblicata il 15 aprile di tre anni prima su “La Giustizia”: «Voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze; noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze». Cruciale, evidentemente, fu dunque il ruolo giocato dai massimalisti alla guida del Psi.
Questa spaccatura e la conseguente conflittualità intestina a sinistra furono uno dei fattori che impedirono il formarsi di uno schieramento ampio e compatto a tutela della democrazia italiana, ancora fragile ma tutt’altro che inesistente nel primo dopoguerra. Il mancato assestamento di un sistema di partiti leali tra loro e fedeli alle istituzioni liberali favorì la presa del potere da parte fascista. Decisivo per la trasformazione del governo mussoliniano in dittatura a partito unico fu poi certamente il ruolo svolto dalla Corona, dal re Vittorio Emanuele III, come dimostrarono in modo definitivo proprio i sei mesi che seguirono al rapimento e uccisione di Matteotti. Ma già nel corso del primo anno di vita del governo Mussolini si consumò la caduta del Paese nel baratro. L’approvazione della legge elettorale redatta da Giacomo Acerbo fu il suicidio della Camera rappresentativa, come ebbe a dire Piero Calamandrei, che non mancò di ricordare il clima di intimidazione costante, incalzante, fin dentro l’aula parlamentare, esercitato dalle camicie nere. Ancora una volta, come si evince dalle pagine che seguono questa introduzione, la violenza dilagante, ora minacciata ora praticata, in un contesto generale di impunità, fu il fattore detonante. Come detto, la strategia mussoliniana consisteva nell’alimentare il caos per poi presentarsi nelle vesti di restauratore dell’ordine, con il partito fascista presentato quale unico attore politico in grado di adempiere una simile funzione, che nei fatti era ancora appannaggio dei vertici dello Stato monarchico, al governo del quale Mussolini sapeva bene di dover restare insediato in qualità di presidente del consiglio, designato dal sovrano secondo quanto previsto dallo Statuto. Perciò il rischio di essere dimissionato lo angosciò a lungo nelle settimane successive a quel fatale 10 giugno 1924.
Il socialismo di Matteotti, nel solco segnato dal riformismo di Turati e Kuliscioff, intendeva sostituire all’azione violenta delle masse la loro elevazione tramite lo studio e l’apprendimento. Solo così si sarebbe stati in grado di sfruttare a pieno gli istituti giuridici messi a disposizione dallo Stato liberale e parlamentare. Istituti da allargare e trasformare per implementare una democrazia allo stato ancora embrionale. Studi recenti hanno giustamente ricordato l’importanza che la scuola e la pubblica istruzione ebbero nel pensiero e nell’azione di Matteotti. A suo giudizio, ha correttamente osservato Salvadori, «alla scuola spettava il compito […] di attrezzare le menti e dotare degli strumenti necessari a favorire lo sviluppo economico, sociale e civile» e, al contempo, «in nome della serietà, che è dire di criteri di moralità, di giustizia e di senso di responsabilità verso la società, Matteotti chiedeva che non si tollerasse la scuola facile». Il deputato socialista non esitava infatti a dichiarare che, nel corso degli studi superiori, «non dovrebbe essere più ammesso alcuno che si trascini a stento per il curriculo [sic!] delle classi. Chi sa e ha le attitudini necessarie, proceda; chi non sa dev’essere rimandato. […] il proletariato deve esigere senz’altro che gli studi siano aperti solo a chi abbia intelligenza, attitudine e volontà, all’infuori di ogni considerazione economica».
Tutti gli altri, «quelli che non sanno o sanno poco o male», andavano indirizzati e incentivati alla scelta di un lavoro manuale. Istruzione e cultura dovevano essere laiche e indipendenti. Salvadori ha ragione: un’eco mazziniana, anche se mai menzionata, è lecito rinvenire nell’attenzione matteottiana all’elevamento spirituale e politico delle masse popolari tramite educazione e istruzione, da affiancare al miglioramento materiale da ottenersi mediante riformismo economico e sociale. Il deputato socialista non ebbe remore a redarguire persino il proprio gruppo parlamentare, così come gli amministratori del suo partito, per il talvolta scarso o mancato impegno profuso a favore delle politiche scolastiche, dall’edilizia all’introduzione delle biblioteche popolari. Luzzatto, dal canto suo, ha di recente ricordato quanto Matteotti esprimesse critiche severe nei confronti degli insegnanti poco scrupolosi.
Veniamo a qualche considerazione finale, prima di affidare al lettore le pagine che seguono. Il grande poeta americano Ezra Pound, affascinato dalla figura di Mussolini e diventato perciò convinto sostenitore del fascismo, arrestato nel 1945 dai suoi connazionali e condannato per collaborazionismo e tradimento, ebbe a dire che «se un uomo non è disponibile a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o è lui che non vale nulla». Può sembrare paradossale, e non s’intende affatto essere irriverenti o provocatori, ma si può affermare con certezza che Giacomo Matteotti abbia incarnato perfettamente il senso di questa frase poundiana. Valeva l’uomo, valgono ancora molte delle sue idee. Fu intransigente, con sé stesso e con gli altri, compagni di partito inclusi.
Di famiglia agiata, andò contro i suoi stessi interessi e la sua classe sociale, che non gli perdonò mai quel che fu inteso come un tradimento. Fu amato dai poveri contadini del Polesine di cui sposò e difese la causa con abnegazione e passione. Divise e seppe unire. Fu un maestro di coraggio contro il fascismo, che, nell’ucciderlo, mostrò di essere un esempio tanto di ferocia quanto di viltà. Alla vita e all’azione di Matteotti aderisce perfettamente, come fosse una seconda pelle, la definizione che il vocabolario Treccani dà della parola “coraggio”: «Forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio».
Certamente Matteotti lottò sino in fondo nella convinzione ragionata che si fosse ancora in tempo per fermare il processo di instaurazione della dittatura fascista. Il compito che si era assunto, soprattutto con la segreteria del Partito socialista unitario, era esattamente quello di costruire un’alleanza delle opposizioni in funzione antifascista. Unire ciò che Mussolini stava insistentemente cercando di dividere. Un ferreo ottimismo della volontà, accompagnato da calcoli politici che cercarono di restare lucidi e concreti fino all’ultimo.
Eppure, pensando alla tragica vicenda di Matteotti e a come sorse la dittatura mussoliniana, è proprio il caso di chiudere con questa considerazione di George Eliot, scrittrice di epoca vittoriana: «Ogni codardo può combattere una battaglia quando è sicuro di vincere; ma datemi l’uomo che si è messo a combattere quando era sicuro di perdere». Ecce homo: Giacomo Matteotti è il suo nome.
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