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8 settembre 1943

L’8 settembre sancì la crisi della Stato e della Nazione. Il re e i vertici del governo si erano già dimostrati inetti e incapaci dopo il 25 luglio. La fuga a Brindisi peggiorò, se possibile, la situazione.

di Roberto Riviello | 19 Agosto 2019

L’8 settembre 1943 gli italiani, grazie alla radio, seppero che il re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio si erano arresi (incondizionatamente) agli alleati angloamericani. Dalla stragrande maggioranza degli italiani il comunicato letto proprio da Badoglio fu accolto con gioia, credendo che quel giorno la guerra fosse finita; anche perché Mussolini era caduto il 25 luglio, poi arrestato, e il fascismo sembrava ormai un capitolo chiuso.

Ma la realtà si presentò ben presto nel suo aspetto più tragico: il re, i vertici del governo e lo stato maggiore dell’esercito, temendo la reazione dell’ex alleato nazista, lasciarono precipitosamente Roma senza dare ordini precisi agli ufficiali che comandavano i nostri soldati sul territorio nazionale e all’estero; per andare a rifugiarsi a Brindisi sotto la protezione degli angloamericani, nemici del giorno prima e ora liberatori.

I tedeschi, che avevano già pronto un piano di occupazione, lanciarono immediatamente i paracadutisti sulla capitale; e Roma venne facilmente espugnata, perché all’esercito italiano ancora in armi non era stato ordinato di difenderla. Così gli italiani capirono che la guerra non era ancora finita, visto che gli eventi andavano in tutt’altra direzione di quella della tanto agognata pace.

Mussolini venne poi liberato da un commando di tedeschi e fondò la Repubblica di Salò per continuare a combattere con i vecchi alleati contro gli angloamericani, con il pretesto di dover salvare l’onore perduto dopo il tradimento dell’8 settembre. Non solo la seconda guerra mondiale continuò, dunque, in Italia e i bombardamenti sulle città del cento-nord si fecero ancora più massicci; ma ad essa si intrecciò un’altra guerra, che ebbe conseguenze devastanti sia sul piano della perdita di vite umane che su quello della disintegrazione dell’unità nazionale e dell’idea di patria: la guerra civile tra i combattenti della Rsi e i partigiani della Resistenza.

Lasciamo da parte il discorso sulla guerra civile degli anni ’43-45 ( e sul perché la Resistenza italiana, fortemente condizionata dal Partito comunista, non contribuì alla rinascita di un ideale patriottico, come invece accadde in Francia o in Polonia); e torniamo al tema dell’8 settembre che, secondo il grande storico Renzo De Felice, “non determinò la crisi italiana, ma evidenziò una crisi morale della stragrande maggioranza degli italiani, già in atto”.

Perché quello che successe l’8 settembre 1943, e cioè la resa incondizionata e l’abbandono della capitale al suo destino di città occupata, era già stato anticipato a partire dal 25 luglio; quando i vertici dello Stato italiano, re compreso, si erano dimostrati inetti e fondamentalmente incapaci di affrontare le conseguenze del possibile armistizio perché timorosi della reazione dei tedeschi.

Quando poi l’esercito italiano praticamente si sciolse come cera al sole e si disperse ignominiosamente all’indomani dell’armistizio, la crisi dello Stato – e della Nazione a cui esso è indissolubilmente legato – si manifestò nella sua forma più drammatica; al punto che il giurista Salvatore Satta, nel “De profundis”, coniò l’espressione “morte della patria” (poi ripresa da E. Galli della Loggia in “La morte della patria”), per spiegare il sentimento che gli italiani, ancora legati a un ideale di nazione, ebbero a provare in quei giorni.

Un vero e proprio sentimento di disperazione, condiviso da personaggi illustri come Gaetano Salvemini e Benedetto Croce; e che Beppe Fenoglio perfettamente sintetizzò in “Primavera di bellezza” con la frase pronunciata da un nostro soldato: “Non ci sarà mai più un esercito in Italia”.

 

 

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Pubblicato in : Cultura

Info Roberto Riviello

R.R. nel 1978 si è laureato in Filosofia nell’Università di Firenze ed ha sempre insegnato negli istituti secondari della Toscana. Ha scritto per la radio, il cinema e il teatro. Trascorre il suo tempo libero passeggiando in campagna. È appassionato di storia, arte e cucina.

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