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Per un nuovo modello di sviluppo

G20, COP26, rilancio della ripresa economica e dell’Europa. Bisogna proseguire in questa direzione, guardandosi anche dalle fughe in avanti di un ambientalismo solo ideologico, che rischierebbe di far rivivere la logica della decrescita.

di Amedeo Lepore | 20 Novembre 2021

L’instabilità e l’incertezza sono parte della nostra vita quotidiana e si mostrano sempre più nitidamente come fenomeni di non breve durata. In altri tempi, si sarebbe detto che hanno un carattere strutturale. Le incognite che alimentano la condizione di insicurezza sono la pandemia e i pericoli per l’ecosistema globale, a cominciare dal mutamento climatico e dai suoi effetti. Eppure, proprio l’essenza di questi problemi, le loro dinamiche intrinseche, spingono verso la ricerca di una via di uscita, un riassetto di natura sistemica e la costruzione di un nuovo ordine politico, economico e sociale a livello mondiale. Il futurologo Ray Hammond ha osservato che l’emergenza sanitaria ha compresso in pochi mesi cambiamenti tecnologici di una decina d’anni: “È stato incredibile verificare come la necessità possa fare da acceleratore al progresso”.

Nei giorni del vertice della COP26 a Glasgow, il Financial Times ha ripreso una storiella narrata da Martin Smith, il banchiere la cui famiglia ha fondato la Smith School of Enterprise and the Environment all’Università di Oxford. Un giorno, ha raccontato Smith ad alcuni finanzieri, la Terra stava vagando per l’universo quando si imbatté in un altro pianeta che le chiese come stavano andando le cose da lei. “Non così bene”, disse la Terra, che si era sentita male. “Sai qual è il problema?” chiese l’altro pianeta. “Certo”, disse la Terra, “ho avuto un brutto caso di homo sapiens”. “Oh, non preoccuparti”, replicò l’altro pianeta, “non durano a lungo”.

Volendo parafrasare questo racconto ironico, si potrebbe dire che se l’umanità agisse consapevolmente, utilizzando gli strumenti scientifici e le connessioni tra i centri di ricerca di cui dispone, se riuscisse a fornire ulteriore impulso al patrimonio globale di conoscenze, indagini e analisi di inusitata potenza che è in grado di mettere in moto, se si comportasse seguendo la logica del bene comune, il virus non durerebbe a lungo. Così come, se l’homo sapiensimpiegasse la sua sensibilità e la sua competenza per sorreggere le strategie di sostenibilità, collegando il reperimento di nuove fonti di energia e di nuovi materiali ai processi di innovazione tecnologica e alla convenienza per le imprese di scoprire mercati diversi da quelli esistenti, il tema dell’alterazione ambientale e delle sue ricadute sul clima potrebbe trovare una soluzione di fondo ed essere affrontato senza generare nuovi squilibri e disuguaglianze.

Proprio, per queste ragioni, diviene di essenziale importanza la capacità di azione collettiva dell’uomo e, quindi, l’arte dei suoi governi, in almeno in due direzioni. La prima riguarda la trasformazione degli attuali ordinamenti, perseguendo anziché una maggiore incidenza di una sovranità limitata al livello nazionale o regionale, ovvero una interruzione dei fenomeni di integrazione e globalizzazione, la definizione di un grado sempre più esteso di collaborazione, cooperazione e governance a livello sovranazionale. Gli esiti del G20 e della COP26, insieme al rilancio del processo di ripresa economica e unificazione europea, confortano i passi concreti – pur con le loro incongruenze – compiuti in quest’ultimo periodo di tempo. Bisogna proseguire in questa direzione, guardandosi anche dalle fughe in avanti di un ambientalismo irriducibile e solo ideologico, che rischierebbe di far rivivere la logica della decrescita.

Questa impostazione è improponibile in un mondo nel quale non sono l’austerity, il risparmio di risorse finanziarie o nuove povertà, indotte dalla rinuncia a un più diffuso benessere, a determinare il grado di sostenibilità ambientale e sociale, ma un modello di crescita inedito. Il paradigma innovativo si basa sugli investimenti produttivi e sullo sviluppo economico, incoraggiati dalle istituzioni pubbliche e realizzati dalle imprese private. In questo quadro, l’incrocio tra bioeconomia e innovazione tecnologica, tra valorizzazione delle risorse biologiche e modernizzazione dell’apparato produttivo è evidente ed è l’aspetto caratterizzante della quarta rivoluzione industriale, oltre che della doppia transizione in corso (verde e digitale). Perciò, i governi di tutto il mondo e, in particolare, l’Europa stanno puntando su questi due obiettivi strategici come cardini dei loro piani di ripresa.

La seconda direzione di questa attività collettiva è collocata ai livelli nazionali, dove non si deve solo scongiurare il ritorno a una visione chiusa e autarchica, ma occorre dare consistenza e stimolare i programmi di sviluppo interno in una chiave di apertura verso le nuove frontiere delle catene del valore e della globalizzazione. In Italia, l’esperienza di questo anno che volge al termine è di straordinario valore. In pochi mesi, il Paese nel suo insieme ha compiuto una svolta, passando da fanalino di coda degli Stati europei a protagonista di una fase storica di ristabilimento degli equilibri internazionali e di ricostruzione comunitaria, in tutti i sensi. Anche i mercati finanziari internazionali se ne sono accorti e trattano con la dovuta considerazione, nei loro movimenti, il ruolo dell’Italia e la credibilità del suo governo.

Come alcuni commentatori esteri hanno sottolineato, la figura di un premier quale Mario Draghi e i frutti della sua azione non sono estranei a questi primi successi. L’Economist ha titolato: “Il nuovo primo ministro italiano ha avuto primi nove mesi buoni. Ma c’è ancora molto da fare e non molto tempo per farlo”, racchiudendo in una felice sintesi il dilemma dell’Italia. I risultati ottenuti finora da una personalità di valore e fama internazionali alla testa del governo hanno riguardato sia il contenimento della pandemia, con una netta accelerazione della campagna di vaccinazione e la contestata ma efficacissima scelta del green pass, sia l’economia in forte risalita, ponendosi al vertice dello sforzo di ripresa europeo. Tuttavia, l’avvio di questo percorso virtuoso non è garantito una volta per tutte.

Sempre secondo l’autorevole periodico inglese, gli italiani si possono aspettare un periodo in cui il governo sarà in grado di spendere liberamente risorse molto cospicue “per la prima volta dai tempi del Piano Marshall del dopoguerra finanziato dagli americani”. La dotazione di loans e grants assicurati all’Italia è imponente e va spesa per tempo e bene, per consolidare il processo di crescita economica ed evitare di far gravare tutto il peso del debito pubblico come una spada di Damocle pendente sulla testa dei cittadini. Inoltre, in sintonia con l’attuazione del programma di investimenti, deve procedere la puntuale applicazione delle riforme previste dal PNRR. Ciò nonostante, le fibrillazioni della politica sembra abbiano ripreso il loro corso dopo le elezioni amministrative e in prossimità dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Andando avanti in questo modo, si correrebbe il rischio di un ritorno in grande stile della politique politicienne, ossia quel tipo di politica che si concentra nei giochi di potere e nella gestione del consenso, perdendo di vista l’idea di rappresentare lo strumento necessario per il raggiungimento di scopi generali della società e degli individui. Il tentativo di annullare l’iniziativa di Draghi, magari cercando di spostarlo al Quirinale, e di interrompere l’azione positiva di questo governo sarebbe, oltre che di una gravità assoluta, di una incomprensibile stoltezza, mirata a fini particolaristici, e precipiterebbe il Paese in una instabilità e incertezza senza soluzioni. Il contesto internazionale e, si spera, le forze maggiormente responsabili e sinceramente preoccupate per il futuro dell’Italia agiranno per allontanare queste evenienze e proseguire nell’opera immane di modernizzazione e sviluppo avviata.

(articolo tratto da Dimensione Informazione)

 

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Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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