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Ambarabaciccicoco’, lo scudo Si o No?

La scusa ad Arcelor-Mittall per uscire dall’ILVA è stata servita su un piatto d’argento dall’abolizione dello scudo penale voluta dal Governo. Ma niente paura. Emiliano ha pronta la soluzione: tutti a Grottaglie a lavorare alla stazione per i voli suborbitali.

di Luciano Pallini | 15 Novembre 2019

E’ stata dura, ma dopo una lunga riunione del governo assistito dalle più vivaci menti dei Cinquestelle pare guidate  da Carlo Sibilia, l’uomo delle scie chimiche,  e da Barbara Lezzi, studiosa  dell’effetto dei condizionatori sul PIL,   è stato definito un metodo,  scientifico e quindi  assolutamente neutrale,  per stabilire se vada o meno reintrodotto lo scudo penale per gli amministratori di ILVA di Taranto.

Sul tavolo del consiglio dei ministri sarà segnato da un lato SI e dall’altro NO e il premier Conte, l’avvocato del popolo, scandirà, sotto il controllo di un notaio, le sillabe della filastrocca,  e dove cadrà il CO’ finale lì sarà la decisione ponderata.

Ma anche se dovesse uscire il SI alla reintroduzione,  quando le hai rotte, le uova sono impossibili da aggiustare: l’abolizione dello scudo penale ha fatto riaprire la vicenda ILVA, dimenticando che l’ averla ceduta – in un contesto favorevole di mercato –  era stato un miracolo e l’unica cosa che avrebbe dovuto fare  Giuseppe Conte era andare in pellegrinaggio con l’intero governo a S. Giovanni Rotondo a rendere grazie a San Padre Pio, del quale è notoriamente un devoto.

Doveva vigilare  – quello che mai era stato fatto nei quarant’anni precedenti – sull’attuazione del Piano di risanamento ambientale dovuto ai cittadini di Taranto  per il quale erano stati previsti investimenti per 1,1 miliardi,  oltre ad investimenti produttivi per 1,2 miliardi e al prezzo della cessione  fissato in  1,8 miliardi di euro (detratti i canoni di affitto versati): il piano di risanamento aziendale che senza un soggetto responsabile resterà lì inattuato, con le bonifiche che non si fanno, come testimonia Bagnoli.

Gli scenari di mercato dall’assegnazione sono radicalmente mutati:  i risultati trimestrali del gruppo  hanno evidenziato un aumento della perdita a 539 milioni di euro – 2 milioni di euro al giorno –  per  condizioni di mercato difficili nel terzo trimestre, con prezzi dell’acciaio in ribasso e costi elevati della materia prima grezza, così che diventa indispensabile  secondo l’azienda ridurre i costi e contenere la produzione.

La soluzione – uscire da ILVA – è stata servita su un piatto d’argento con la rimozione dello scudo, preteso dai commissari straordinari, viste le iniziative “creative” della magistratura che in più  faranno chiudere l’Altoforno 2: tanto più che uscire da ILVA è condizione per l’assegnazione del rating ha dichiarato Moody’s, e la mancanza di rating rende più costoso se non impossibile il finanziamento del gruppo.

E se anche non dovesse uscire le condizioni per proseguire sono  tre: primo, il ripristino dello scudo legale; secondo l’autorizzazione a ridurre di circa 5 mila unità  i dipendenti di ILVA e  la produzione-obiettivo da sei a quattro milioni di tonnellate; terzo l’approvazione di una legge che permetta di tenere aperti gli altoforni sotto esame della magistratura per ancora 14-16 mesi.

Il premier-avvocato del popolo ha già detto che farà causa e porterà in tribunale l’azienda, mentre il ministro degli esteri Luigi di Maio in visita presso l’amico Ping (che esporta acciaio in dumping ambientale) ha dichiarato che Arcelor – Mittal va obbligata a restare, forse allertando i carabinieri.

Ma tutti sono lì a gridare che il piano industriale deve essere realizzato ed è affermazione giusta ma parziale perché  il piano, elaborato formulando  serie previsioni di medio-lungo periodo, deve adeguarsi ai cambiamenti negli scenari di mercato: forse i nostri esperti grillini hanno studiato le esperienze di economia pianificata dei paesi dell’Est , i cui risultati possono essere riassunti nel crollo del muro di Berlino e nella fine dell’URSS.

E se i privati non ci stanno, bene si nazionalizza l’acciaio, che peraltro non era stato privatizzato per una ossessione neoliberista (povero Calenda, in suo autodafé in materia è stato penoso) ma per i disastrosi risultati delle imprese pubbliche.

In proposito è di estremo interesse un documentato studio di R&S redatto venti anni fa che ha calcolato che l’IRI complessivamente all’epoca aveva generato debito pubblico per   72.000 miliardi di vecchie lire (40 miliardi di euro) e che l’acciaio – dedotti gli incassi dalla privatizzazioni – aveva concorso per circa 14 miliardi di euro.

Nazionalizzare ILVA vuol dire mettere in conto 1 miliardo di euro annui di perdita: son soldi che verranno a mancare per i giovani, per le pensioni minime, per servizi essenziali. Ma si dice occorre trovare un partner privato (che accetta di rimetterci soldi) e poi Cassa Depositi e prestiti che ovviamente non guadagnerà dall’investimento,  mettendo a rischio i rendimenti del risparmio che gli italiani affidano alle Poste

Colpisce la natura associativa del delitto di rimozione dello scudo  che ha portato a questi esiti: l’altalenante posizione della Lega che oggi si erge a paladina di Taranto e del suo acciaio, lo smarrimento del PD che tra pulsioni ambientaliste e cedimenti al populismo non è più paladino del lavoro, del lavoro che cambia, del lavoro che assicura dignità all’uomo,  e si condanna all’irrilevanza politica, il machiavellismo intorcinato  di Renzi che vota la fiducia al decreto che toglie lo scudo ma grida che non se ne può fare a meno.

Sarà possibile portare di nuovo Arcelor – Mittal a trattare? La strada  per salvare il lavoro a Taranto ed assieme assicurare il risanamento ambientale e stretta e tutta in salita.

Ma a Taranto ed in Puglia stanno tranquilli:  il rais della Regione  ha già pronta l’alternativa, tutti a Grottaglie a lavorare alla stazione spaziale per i voli suborbitali.

E noi siamo ancora  ancora qui  a parlar d’acciaio…

 

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Pubblicato in : EconomiaTag: ILVA

Info Luciano Pallini

Laureato in Economia e commercio all’università di Firenze con il massimo dei voti e la lode, Luciano Pallini è stato dal 1970 al 1975 responsabile dell’Ufficio studi del Comune di Pistoia. Qui, dal 1975 al 1988, ha ricoperto diverse cariche elettive. Già componente del consiglio di amministrazione dell’Irpet e della S.a.t. “Galileo Galilei” di Pisa, svolge da trent’anni attività di consulenza alle imprese e di ricerca economica. Attualmente svolge attività di coordinamento del Centro studi Ance Toscana e del Centro studi della Fondazione Filippo Turati. Presiede inoltre l’associazione E.s.t. (Economia società territorio) con la quale realizza progetti di sviluppo basati sulle risorse locali, in particolare i beni culturali.

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