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NO COME CAVALLO DI TROIA

Dalle Toghe militanti alla rivendicazione islamica del voto: giudici in festa, avvocati silenti e avvocature ammiccanti. Il caso della lettera fiorentina ai colleghi israeliani e il sospetto di un’agenda che va ben oltre il referendum sulla giustizia.

di Pamela Bonaiuti | 4 Novembre 2026

Il Giudice juventino: basta essere imparziali o bisogna anche apparire tali?

Immaginiamo un giudice dichiaratamente tifoso della Juventus, chiamato a giudicare alcuni sostenitori bianconeri imputati per violenza.

Se li assolvesse, qualcuno potrebbe sospettare un favore alla propria tifoseria. Se li condannasse, qualcun altro potrebbe pensare che abbia voluto dimostrare la propria imparzialità, magari con particolare severità.

Sarà anche un giudice imparziale, ma se indossa la maglia bianconera non appare più tale!

Non è una questione di calcio. È una questione di fiducia nella giustizia.

Il caso Siher: la kefiah al posto della maglia bianconera

Proviamo a sostituire il giudice juventino con le due magistrate firmatarie dell’Appello giuristi per Gaza e la maglia bianconera con una kefiah.

Nel caso di Youssef Siher, la GIP milanese Tiziana Landoni ha respinto la richiesta di custodia cautelare avanzata dalla PM Francesca Crupi. Entrambe risultano firmatarie dell’Appello dei Giuristi per Gaza del settembre 2025.

La PM chiede il carcere: qualcuno potrebbe sospettare che voglia dimostrare di essere imparziale. La GIP respinge la richiesta: qualcun altro potrebbe sospettare che voglia favorire i pro-Pal.

Magari sono entrambe impeccabili. Ma, quando si indossa la kefiah, il problema del sospetto di parzialità di “squadra” rimane

Modena e Roma: due vicende, due strade processuali

A Modena, il 16 maggio 2026, Salim El Koudri, alla guida della propria automobile, investì numerose persone. Monica Esposito è successivamente morta per le conseguenze delle lesioni riportate.

Fu la stessa Procura a chiedere una perizia psichiatrica attraverso un incidente probatorio, richiesta accolta dal GIP. La perizia ha concluso che El Koudri era capace di intendere e di volere al momento dei fatti, pur in presenza di un disturbo psichiatrico.

A Roma, invece, il 25 aprile 2026, Eitan Bondì, giovane appartenente alla Comunità ebraica, sparò con una pistola softair contro due manifestanti dell’ANPI.

Il ragazzo, inizialmente accusato di tentato omicidio, ottenne successivamente gli arresti domiciliari. La difesa chiese due perizie: una sulla personalità del giovane e una sulla balistica dell’arma.

E qui la domanda viene spontanea: anche la Procura di Roma ha avuto la stessa accortezza di quella di Modena, valutando autonomamente la necessità di un accertamento sulla personalità dell’indagato, oppure l’iniziativa è stata soltanto della difesa?

Il voto islamico e la magistratura che festeggia

Durante la campagna referendaria, Brahim Baya, referente della moschea Taiba di Torino, invitò pubblicamente la comunità musulmana a votare No. Dopo il referendum, si è discusso anche del peso del voto islamico, con dichiarazioni che ne rivendicavano il contributo alla vittoria.

Sia chiaro: votare è un diritto di tutti, musulmani, cattolici, atei e chiunque altro.

Ma questa volta non si votava per decidere dove costruire un’autostrada o sistemare una rotonda: si votava sulla riforma della magistratura.

E allora, sentire rivendicare il peso politico di una comunità religiosa nella vittoria del No non può lasciare indifferenti, soprattutto perché non dobbiamo dimenticare che, pressoché in contemporanea, alcuni magistrati a Napoli festeggiavano il risultato referendario nella sede dell’ANM, tra brindisi, «Bella ciao» e cori contro il Governo e contro la magistrata Annalisa Imparato, che aveva sostenuto il Sì.

Un accostamento che, francamente, a me fa rabbrividire.

Torniamo dunque al nostro giudice juventino e immaginiamolo mentre festeggia una vittoria della sua squadra cantando contro i colleghi che tifano per gli avversari per poi andare a giudicare proprio uno di degli avversari

A quel punto, più che chiedergli per quale squadra tifa, dovremmo domandarci se sia proprio il caso di farlo arbitrare!

Terzietà e separazione delle carriere: una garanzia mancata?

L’articolo 111 della Costituzione richiede che il giudice sia terzo e imparziale. Ma la terzietà – intesa come equidistanza dalle parti processuali – non è soltanto una qualità personale: deve essere garantita anche dall’assetto istituzionale.

La separazione delle carriere avrebbe rappresentato una garanzia strutturale, in grado di distinguere nettamente chi giudica da chi accusa.

Veniamo a un esempio concreto: un giudice sarebbe davvero sereno nel giudicare un imputato palestinese, sapendo che, in un altro ambito, chi decide sulle sue vicende professionali e disciplinari potrebbe condividere le posizioni filoisraeliane del pubblico ministero?

Gli italiani hanno votato No alla riforma. Il risultato va rispettato ma è incontestabile che la vittoria del NO  ha conservato l’assetto esistente, le cui fondamenta ordinamentali risalgono al Regio decreto n. 12 del 30 gennaio 1941, emanato in epoca fascista

Una curiosa contraddizione se si pensa che, una gran parte della sinistra, per impedire il ritorno del fascismo ha scelto di conservare un ordinamento nato durante il fascismo, un po’ come se mucche scendessero in piazza per impedire l’abolizione degli hamburger!

Quando la paura entra nelle istituzioni il giudice con la mano che trema

C’è un episodio, questa volta in Germania, che aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione.

Elif Eralp, esponente di Die Linke e candidata alla guida di Berlino, è finita al centro di una vicenda dopo che alcune annotazioni riservate relative a un’intervista sono state pubblicate da Der Spiegel.

Dalle note emergeva il timore che parlare pubblicamente di un controverso attivista filopalestinese potesse mettere in pericolo lei e la sua famiglia.

La vicenda ha sollevato interrogativi sulla libertà di espressione e sulla capacità delle istituzioni di contrastare ogni forma di intimidazione.

La domanda sorge spontanea: e se un giorno questo timore arrivasse a sfiorare anche i nostri giudici?

Se persino una figura politica candidata a guidare Berlino teme possibili conseguenze per sé e per la propria famiglia quando affronta pubblicamente determinati personaggi, che cosa dovrebbe pensare il cittadino comune di un giudice chiamato a giudicare proprio quegli stessi personaggi?

Pongo una questione di garanzia istituzionale, perché non c’è nulla di più pericoloso, in uno Stato di diritto, di un giudice costretto a pronunciare una sentenza con la mano che trema. 

Una democrazia nella quale si può parlare liberamente soltanto finché non si rischia di scontentare qualcuno è una democrazia che dovrebbe preoccuparci. Insomma, tutti liberi di parlare, purché nessuno si offenda.

Avvocati : liberi difensori o sudditi dei giudici?

E veniamo a noi avvocati. Perché non possiamo pretendere dagli altri un coraggio che talvolta non dimostriamo neppure noi.

Quando un giudice viene attaccato o delegittimato per una decisione, l’avvocatura interviene giustamente in sua difesa. Ma accade altrettanto quando è un avvocato a essere attaccato, delegittimato o intimidito per aver esercitato il proprio diritto-dovere di difesa? No

La solidarietà istituzionale viaggia in una sola direzione.

Da questa prospettiva, appare quanto meno sospetta, e forse anche dettata da un intento di piaggeria nei confronti di una certa parte della magistratura, la lettera che, qualche tempo fa, l’Ordine degli Avvocati di Firenze inviò all’Avvocatura israeliana, con una certa dose di supponenza, al fine di sollecitarla a vigilare sul rispetto dei diritti dei palestinesi. [1]

Questo forse perché anche all’interno della stessa avvocatura  esistono dinamiche di appartenenza che meriterebbero una seria riforma?


[1] Ordine degli Avvocati di Firenze, Lettera aperta all’Israel Bar Association sulla tutela dei diritti fondamentali della popolazione palestinese in Cisgiordania, approvata dal Consiglio dell’Ordine nella seduta del 9 settembre 2026 e resa pubblica con comunicato stampa del 10 settembre 2026. Lettera trasmessa dal presidente Sergio Paparo al presidente dell’Israel Bar Association, Amit Bachar. Testo in italiano e in inglese. Fonte: comunicato ufficiale dell’Ordine degli Avvocati di Firenze.

Durante la campagna referendaria abbiamo sostenuto il sorteggio dei componenti del CSM proprio per contrastare il peso delle correnti, gli accordi elettorali e le logiche di appartenenza.

Ma noi avvocati abbiamo applicato lo stesso principio a casa nostra? Assolutamente no.

I componenti dei Consigli distrettuali di disciplina, chiamati a decidere sulle sanzioni disciplinari dei colleghi, sono eletti e non sorteggiati. E chi frequenta le dinamiche dell’avvocatura sa bene quanto, anche in questo ambito, possano pesare appartenenze, equilibri elettorali, cordate e logiche correntizie. Talvolta, diciamolo senza troppi giri di parole, con favoritismi o persecuzioni che fanno paura.

Abbiamo dunque invocato il sorteggio per liberare il CSM dalle correnti, ma non abbiamo pensato di applicare la stessa ricetta ai nostri organi disciplinari.

A questo punto, l’italiano medio, osservando la scena, potrebbe aver pensato: “ì che vogliano gli avvocati? Mi paiano Cencio che dice male di straccio!». E forse, stavolta, non avrebbe tutti i torti.

L’avvocato deve poter contestare una decisione, criticare un comportamento, denunciare un’ingiustizia e difendere anche la persona più impopolare, senza temere che la propria libertà professionale diventi un problema.

Altrimenti, per il cittadino che finisce in tribunale, il percorso diventa una pericolosissima corsa a ostacoli.

Dovrà sperare di trovare un pubblico ministero integerrimo, un giudice impavido e soprattutto un avvocato “guerrigliero”, disposto a difenderlo senza preoccuparsi di chi potrebbe offendere.

 Il tutto possibilmente tutti e tre nella stessa giornata!

E se non dovesse trovarli? L’unica soluzione è quella che Edoardo Bennato cantava tanti anni fa In fila per tre: «In fondo, in fondo puoi sempre emigrare».

Ora tiriamo le somme dei fatti fin qui ricordati e vediamo che cosa emerge agli occhi dell’italiano medio:

Esponenti delle comunità islamiche che invitano a votare No, rivendicando poi un ruolo determinante nella vittoria referendaria; magistrati che manifestano pubblicamente le proprie posizioni su questioni internazionali profondamente divisive; altri che festeggiano l’esito di una consultazione referendaria intonando cori contro chi ha sostenuto la posizione opposta; diverse vicende giudiziarie che alimentano interrogativi sulle iniziative processuali intraprese; una figura politica tedesca che teme per la propria sicurezza e per quella della propria famiglia quando affronta pubblicamente determinati ambienti. .

Il giudice può essere juventino, milanista o interista ma quando indossa la toga deve ricordarsi che in aula non rappresenta la propria curva e l’avvocato deve ricordarsi che non è il raccattapalle del Giudice e del PM, è un calciatore e quando serve deve giocare anche in contropiede e all’attacco se questo è necessario per difendere il proprio assistito.

Quanto agli italiani, dovrebbero poter entrare in tribunale con una sola preoccupazione: far valere i propri diritti. Non chiedersi quale squadra giochi in casa.

E pensare che, prima del referendum, c’era chi prometteva che la vittoria del No avrebbe salvato la Costituzione e che tutto sarebbe andato bene. Anzi, persino meglio di prima!

Forse è andata meglio per qualcuno. Per il cittadino restano ancora parecchie domande.

E allora, con un sorriso amaro, possiamo concludere con un “pratesismo”:

«Andrà anche bene», disse i’ rospo, «ma i’ contadino gli ha auzzato la ‘anna ‘n vetta!» (andrà anche bene disse il rospo ma il contadino ha affilato la canna in cima ……-per infilzarmi-)

Pamela Bonaiuti, Avvocato penalista del Foro di Prato

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

Note normative e documentali

Costituzione

– Articolo 24: diritto di difesa.

– Articolo 104: autonomia e indipendenza della magistratura.

– Articolo 105: attribuzioni del CSM.

– Articolo 111: giusto processo e giudice terzo e imparziale.

Codice di procedura penale

– Articolo 36, lettera h): astensione per gravi ragioni di convenienza.

– Articoli 37 e 38: ricusazione del giudice, cause, termini e forme.

Ordinamento giudiziario e avvocatura

– Regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12.

– Legge 24 marzo 1958, n. 195, articolo 4: composizione della Sezione disciplinare del CSM.

– Legge 31 dicembre 2012, n. 247, articolo 50: Consigli distrettuali di disciplina forense. 

…

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Pubblicato in : Politica

Info Pamela Bonaiuti

Penalista del Foro di Prato ferma sostenitrice della separazione delle carriere tra giudici e pm, madre di due figlie.

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