Il pragmatismo, cioè l’attitudine ad agire entro i limiti della realtà del proprio tempo senza inseguire idee astratte impossibili da concretizzare, è un’arte disprezzata da molti ma estremamente utile soprattutto nei momenti di crisi, di particolari difficoltà o di grandi cambiamenti.
Non c’è dubbio che il momento che stiamo vivendo sia uno di questi. Non solo per le tante, usuali, difficoltà che vive il nostro Paese, ma soprattutto per il grande cambiamento geopolitico in atto a livello internazionale. La Presidenza Trump, che praticamente sta abbandonando l’Europa a sé stessa, sta portando profondi mutamenti nell’ordine mondiale. Sbaglierebbe però chi pensa che l’atteggiamento americano verso il Vecchio Continente sia un portato di questa presidenza.
In realtà gli USA stanno tornando ad una costante della loro politica estera che si è sempre interessata poco dell’Europa fatto salvo per il periodo 1942-1989, quando intervennero nel secondo conflitto mondiale facendosi paladini della libertà occidentale. Ma lo fecero solo dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor del dicembre 1941 e dopo la fine della guerra mantennero il loro ruolo per la presenza sul fronte orientale dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS è iniziato il disimpegno che continuerà anche domani quando Trump non sarà più presidente.
Le conseguenze di questo sono enormi. L’Europa, nel lasso di tempo indicato, grazie alla presenza dell’ombrello americano che garantiva la sicurezza, è diventata la parte del mondo dove si vive meglio anche grazie ad un forte sviluppo del welfare che è stato finanziato con le risorse che potevano non essere impegnate nella difesa. Ora questa condizione favorevole viene a mancare per l’oggi e per il domani. Bisogna quindi rimboccarsi le maniche, investire nella difesa senza ovviamente rinunciare alle conquiste sociali che sono state raggiunte. In parole povere i governi europei devono non solo preoccuparsi di “redistribuire” le risorse ma anche di “incrementarle” aumentando la produttività e favorendo lo sviluppo. Il mercato deve poter funzionare al meglio. Non basta più dividere la torta bisogna avere una torta più grande da poter dividere.
Servono allora dei governi e delle maggioranze politiche che siano in sintonia con questo quadro.
Il quadro politico italiano vede invece i due poli egemoni, centrosinistra e centrodestra, che sono del tutto alieni a queste esigenze. Entrambi statalisti e dirigisti, sia pure in misura diversa, guardano con sospetto il mercato e le sue esigenze. Certo, all’interno dei due schieramenti ci sono anche uomini e gruppi di stampo liberale ma sono un’esigua minoranza che non ha nessuna possibilità di incidere sulle scelte.
Il problema invece è proprio quello di riuscire ad incidere, a far sentire la propria voce. Il Paese non ha bisogno di testimonianze. Ha bisogno di scelte chiare e decise.
Ora in Italia c’è una mini galassia di stampo liberale divisa in diversi gruppi e partitini tutti più o meno al di sotto della soglia di sbarramento del 3%. Il primo imperativo categorico allora è quello di lavorare per l’aggregazione, superando rivalità e egoismi. Se si riuscisse a metterli tutti insieme si potrebbe raggiungere facilmente il 7/8 per cento. Ma per fare cosa? Testimoniare con più forza una presenza politica o cercare di condizionare le scelte del governo?
Nasce da questa considerazione la proposta di Mauro Grassi. Ed è una proposta giusta, pragmatica, che fa i conti con la realtà del quadro politico italiano. Un raggruppamento liberale del 7/8 per cento federato a Forza Italia porterebbe all’interno di un centrodestra che risultasse vincitore alle elezioni una consistente voce liberale, forte di un consenso tale da poter incidere sulle scelte dell’Esecutivo.
Senza una scelta di questo tipo, nel caso di una vittoria del centrodestra avremo un governo che, come l’attuale, oscilla ora da una parte ora dall’altra, mentre nel caso di una vittoria del centrosinistra avremo si una scelta d campo chiara ma in tutt’altra direzione da quella auspicata.
Quella delineata è la scelta dei nostri sogni? Nemmeno per idea. Ma la politica è l’arte del possibile e come amava ripetere Kenneth Galbraith spesso in politica si deve scegliere fra “il disastroso e lo sgradevole”.
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