Da elettore del centrosinistra sono anch’io deluso dalle divisioni dell’attuale “campo largo” sulla politica internazionale o dall’incapacità di fornire risposte programmatiche convincenti ai tanti problemi sociali ed economici dell’Italia. Guardo inoltre con interesse a quei soggetti politici che si richiamano a una cultura riformista, lontana dalla demagogia, dal populismo e da impostazioni dogmatiche.
Poiché considero, quindi, il contributo dei moderati indispensabile a un rinnovamento della sinistra italiana, mi ha spiazzato la spietata diagnosi di Grassi che ritiene impossibile qualunque intesa con le attuali forze progressiste, per la loro inaffidabilità in tema di politica internazionale e non solo. A suo avviso, Casa Riformista, Azione e il Partito Liberaldemocratico dovrebbero, di conseguenza, attuare la mossa strategica di un’alleanza col centrodestra, per incidere sugli orientamenti del futuro governo, rafforzando la componente riformista già presente in quello schieramento, cioè Forza Italia e Noi Moderati. L’intento dell’operazione sarebbe, dunque, rafforzare la cultura liberaldemocratica nell’area di governo, evitando derive nazionaliste e antieuropee e ancorando saldamente il Paese all’Alleanza atlantica.
Lo scopo dichiarato da Grassi di scongiurare derive estremiste pericolose è senza dubbio condivisibile, ma la strada da lui indicata mi pare profondamente sbagliata, poiché le suddette forze moderate, collocandosi nel centrodestra, non ne impedirebbero l’eventuale radicalizzazione e rischierebbero di perdere la loro identità più profonda.
Ritengo che il trasformismo (perché di questo si tratta) può avere un senso quando gli schieramenti contrapposti si riconoscono in un quadro di valori o convengono almeno su alcuni obiettivi di fondo; quando però le posizioni che si confrontano risultano antitetiche (vedi ad esempio in Italia la contrapposizione tra sovranisti ed europeisti) le scelte di campo non possano essere dettate solo da logiche utilitaristiche. Di fronte a spaccature profonde, infatti, la decisione di legarsi a uno schieramento piuttosto che a un altro – per quanto nobile possa esserne il fine – dovrebbe essere ispirata a una prospettiva ideale condivisa, o quantomeno a una comune interpretazione dei principi posti a fondamento della nostra civiltà.
Ora, mi chiedo come possa esistere questa intesa tra chi si sente liberaldemocratico e chi – nel caso della Meloni – non ha nessun imbarazzo ad additare a modello un presidente come Trump, istigatore dell’attacco eversivo a Capitol Hill, oppure chi – nel caso di Salvini – è pronto a fornire attenuanti d’ogni genere all’imperialismo putiniano. Mi limito a fare solo questi due esempi, sebbene l’elenco degli atteggiamenti illiberali potrebbe andare oltre.
Qui non è in discussione l’auspicio (da me condiviso) che alcune posizioni pericolose di Fratelli d’Italia o della Lega possano essere mitigate dalla presenza di Forza Italia, la cui identità è maggiormente ancorata a valori liberali. Trovo, tuttavia, non accettabile la convinzione che per ottenere questo risultato il mezzo sia entrare nella stessa alleanza, vale a dire la logica che in politica ci si possa unire con formazioni molto distanti (e non perché non vi siano altre opzioni, ma per scelta deliberata) nell’illusione di “contenere” il pericolo costituito dalle pulsioni estremiste lì presenti.
Se poi volessimo sorvolare su queste obiezioni da “idealista”, resta il fatto che una simile “mossa del cavallo” risulterebbe vincente solo per la Meloni, di cui senza dubbio favorirebbe la vittoria elettorale, ma non certo per il campo riformista, che apparirebbe agli occhi di molti cittadini disponibile a svendersi per mero opportunismo elettorale: così facendo, perderebbe qualunque patente di nobiltà e con essa anche la possibilità di incidere sulla cultura politica del paese; rischierebbe, inoltre, di assumere nel centrodestra solo una funzione di rincalzo, o di prestarsi a fare da “foglia di fico” a quelle stesse tendenze che vorrebbe contrastare.
Infatti, questa spregiudicata operazione mi sembra avere poche chance di successo visto che, nella realtà, le scelte della Premier e del suo Vice sembrano più orientate a frenare l’avanzata di Vannacci, rincorrendolo sul suo terreno, che ad aprire un dialogo con i moderati.
Infine, ciò che manca nell’analisi di Mauro Grassi è una presa d’atto degli attuali limiti dell’esperienza riformista, dai quali occorrerebbe partire per fare una riflessione sulle scelte da assumere.
Nutrire l’aspettativa di favorire un riassetto moderato degli equilibri politici dell’Italia, in una stagione in cui dominano demagogia e populismo, è già un sogno ambizioso: farlo affidandosi a un ventaglio di piccoli partiti che non sono neppure capaci di federarsi tra loro, appare a dir poco velleitario.
La prima vera sfida, dunque, per i moderati del campo progressista (così vorrei continuare a definirli) deve consistere nel puntare a costruire una proposta unitaria, che superi rivalità e personalismi. Bisogna, inoltre, saper parlare a un’opinione pubblica diffidente nei confronti della politica con proposte e parole che non suonino fredde e distanti dai problemi concreti delle persone, che siano in grado di interpretare il disagio e il malessere ormai diffuso nella società per governarlo, trasformandolo in energia positiva prima che esploda nelle forme prepolitiche o antipolitiche della violenza e dell’astensionismo.
Insomma i moderati devono riuscire a coltivare e a far crescere le speranze di cambiamento, perché proprio chi si considera riformista ha fiducia nelle trasformazioni che avvengono attraverso il lavoro paziente e la fatica dell’azione quotidiana e non può rassegnarsi a consegnare alle generazioni future un mondo segnato dall’ingiustizia e dalla perdita di diritti fondamentali.
Se i riformisti riusciranno a fare questo, senza astrattezza, facendo i conti con le condizioni date dalla realtà contemporanea, senza però neppure limitarsi alle semplici manovre di palazzo, allora potranno davvero ambire a esercitare un’egemonia politica e a favorire una svolta nel Paese.
…


IL DISASTROSO E LO SGRADEVOLE
Lascia un commento