PREFAZIONE
Per anni avevamo creduto che fossero soltanto parole. Una bandiera palestinese compariva in una manifestazione che parlava d’altro. Poi un’altra. Poi arrivavano gli slogan. Poi Hamas diventava, per qualcuno, “resistenza”. Poi l’attacco al poliziotto veniva accompagnato dalla “spiegazione sociologica” ricca di sé e di ma. Poi la devastazione da una precisazione: condanniamo, però.
E così qualunque episodio aveva il suo però. La violenza era sbagliata, però bisognava comprendere la rabbia.
Aggredire la Polizia era inaccettabile, però bisognava interrogarsi sulla repressione e sul disagio. Il terrorismo islamico era condannabile, però bisognava considerare il contesto. Israele aveva subito il 7 ottobre, però….
Sempre quel però.
In principio sembrava soltanto la normale degenerazione della dialettica politica, una miscela di antioccidentalismo, militanza social, radicalismo e conformismo culturale.
Nessuno immaginava che il però fosse il “primo sintomo”.
Il secondo era l’amnesia selettiva.
Il paziente ricordava perfettamente qualsiasi violazione commessa da una democrazia occidentale ma cominciava misteriosamente a dimenticare quelle dei suoi nemici.
Il terzo sintomo era linguistico.
Le parole cambiavano significato. Il terrorista diventava “resistente”. La violenza diventava “reazione”. L’integralismo diventava “identità”. La critica all’islamismo diventava automaticamente “islamofobia”. Il saccheggio diventava “rabbia sociale”, quella del profeta post-occidentale Landini. La responsabilità individuale diventava “criminalizzazione del disagio”.
Sembrava politica, ma non lo era.
Era una nuova e (quasi ) imprevista malattia infettiva: la <<Palestinite>>.
I virologi scoprirono troppo tardi che l’agente responsabile era un virus a RNA sociale denominato LEFT-27 che non si trasmetteva attraverso saliva o sangue ma attraverso gli slogan della sinistra e perciò era impossibile risalire al paziente Zero.
Il contagio avveniva soprattutto nelle echo chamber digitali, nelle scuole e nelle Università dove Professori da tempo ammalati indottrinavano gli studenti, nei cortei radicalizzati, nei talk show televisivi soprattutto de “LA 7” , una spietata rete radicalizzata che aveva fatto dell’antimelonismo la sua bandiera e il suo credo, una rete dove il contraddittorio era stato sostituito dalla “certezza e dal primato delle idee” della sinistra e dell’islamogauchismo e nei luoghi in cui pronunciare la parola “contesto” consentiva ormai di giustificare qualsiasi cosa.
Il virus aveva una caratteristica spettacolare: non modificava il DNA di chi ne era colpito, ma modificava il vocabolario e modificando il vocabolario modificava lentamente la realtà.
La fase iniziale sembrava perfino innocua.
Il contagiato provava un irresistibile bisogno di inserire la Palestina in conversazioni che non riguardavano minimamente il Medio Oriente.
E così al matrimonio degli amici:
“Bellissima cerimonia, però Gaza…”, alla riunione di condominio: “L’ascensore costa troppo, comunque free Palestine.”, alla partita di calcetto: “Rigore netto. Come quelli negati al popolo palestinese.”
Entro poche settimane compariva la seconda fase: l’indignazione selettiva.
Il paziente disponeva ancora dell’empatia, ma soltanto verso determinate categorie preventivamente autorizzate dall’algoritmo.
- Davanti alle vittime palestinesi provava dolore autentico.
- Davanti alle vittime israeliane chiedeva immediatamente: <<Sei sicuro della fonte?>>…<<hai consultato Formigli!? >>.
- Davanti ai ragazzi del Nova Festival: << Bisogna contestualizzare>>. Davanti agli ostaggi Israeliani: <<Non dimentichiamo però…>>
Il però era ormai entrato nel sistema nervoso centrale.
La sinistra radicale accolse inizialmente il fenomeno con entusiasmo. Infatti era negazionista. A loro fondamentalmente più che una patologia sembrava un’occasione d’oro per avere nuovo elettorato.
Vennero così organizzati convegni dal titolo:”Palestinite: una nuova forma di coscienza globale?”
Alcuni intellettuali sostennero che cercare una cura fosse <<colonialismo sanitario>>. Altri proposero di sostituire il termine “virus” con “esperienza biologica non normativa” per evitare stigmatizzazioni.
Il Ministero della Salute così istituì una commissione di 47 esperti che dopo diciotto mesi stabilì che occorrevano altri studi.
Nel frattempo il LEFT-27 aveva già raggiunto Parigi e da qui si diffuse in tutto l’Occidente.
CONCLUSIONI
È qui che la distopia smette di essere soltanto una barzelletta.
Perché 2027: l’anno della Palestinite non avrebbe dovuto raccontare di occidentali ammalati di islamismo che devastano la cultura e il pensiero dell’Occidente ma dovrebbe raccontare qualcosa di molto più inquietante: di un Occidente che smette volontariamente di difendere le proprie regole, che rinuncia alla propria identità, cultura, regole e leggi per piegarsi ad una cultura diversa.
Dovrebbe raccontare di una società che, per paura di apparire intollerante, diventa progressivamente incapace di porre limiti all’intolleranza.
E invece racconta cose diverse. Racconta di una sinistra che nasce laica e finisce per trovare difficilissimo criticare il fondamentalismo religioso, di un femminismo che difende l’autodeterminazione femminile ma scopre improvvisamente mille sfumature quando quella libertà viene negata in nome della religione , di una cultura LGBT che sostiene movimenti politici e ideologie provenienti da società nelle quali i diritti LGBT sono gravemente compressi, di un antifascismo che vede fascisti ovunque in Europa ma fatica a riconoscere l’autoritarismo quando parla il linguaggio dell’antioccidentalismo, di una libertà di manifestazione che lentamente degenera nella convinzione che la bontà della causa possa attenuare la responsabilità dei mezzi utilizzati.
…


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