Un’ondata di violenza ha travolto il sistema scolastico francese nella prima settimana di ottobre. Un preside è stato circondato e picchiato davanti alla propria scuola, un altro colpito alla testa da un fuoco d’artificio, feriti altri quaranta, ventiquattro Istituti incendiati o saccheggiati, molti chiusi. Fermati circa duemila studenti.
L’esplosione di questi giorni rende visibile un fenomeno tutt’altro che nuovo: i dati ufficiali del Ministero francese dell’Istruzione mostrano che negli anni scolastici precedenti si era verificato un aumento di casi collegati ad armi, stupefacenti, cyberviolenza, bullismo, molestie, tanto nei Collèges (la nostra scuola media) quanto nei Licei, con qualche morto e molti feriti.
L’ondata di violenza nelle scuole tra Francia e Italia
Basta scorrere la cronaca dell’ultimo anno in Italia: almeno 14 casi di accoltellamenti di insegnanti da parte di studenti e di genitori.
Il nostro anno scolastico è già incominciato, si apre il tempo delle occupazioni rituali delle scuole: dura fino ai primi di dicembre. A Milano fino a Sant’Ambrogio.
Che di questa «movimentazione» i partiti facciano promozione o, quantomeno, uso politico accade ormai da decenni, a partire dal mitico ’68, soprattutto se le date coincidano con quelle elettorali. Guarda caso, in Francia si vota nel 2027, in Italia nel 2027. Che in Francia «il movimento» sia sostenuto dall’islamo-sinistra di Mélenchon pare accertato e che il crescendo di violenza porti acqua al mulino di Marine Le Pen pare assai probabile. I Francesi da un paio di secoli soffrono di «sindrome della Bastiglia»: un movimento non può dichiararsi forte e vincente, se non trova una sua piccola «Bastiglia» da incendiare, non necessariamente a Parigi. Poi, si sa, dalla Bastiglia, al Terrore, al Termidoro i passi sono obbligati. Poiché, come teorizzò René Girard, il maestro di P. Thiel, l’attitudine mimetica dei movimenti individuali e collettivi porta a «desiderare il desiderio dell’altro» – accadde anche nel ’68 – non è da escludere che l’autunno scolastico italiano si appresti a importare quello francese. Non potendo azzardare previsioni, e non poco preoccupate, a noi adulti tocca, almeno, riflettere sulle cause.
Il conflitto generazionale e la crisi del Welfare
La prima causa – vale per la Francia, per l’Italia, per l’Europa – è una struttura della società fondata sempre di più sul Welfare per adulti e anziani, sui loro desideri e aspettative. E perciò sulla spesa assistenziale e pensionistica, a debito pubblico crescente, data la crisi generale di produttività europea. La Francia ha un debito superiore alla media UE: secondo la Commissione europea, alla fine del 2026 il rapporto Debito/Pil in Francia arriverà al 120%. Si va in pensione a 62 anni. Il tentativo del 2023 di Macron di aumentare l’età pensionabile a 64 anni per i nati del 1968 ha portato in piazza milioni di persone. Un paese bloccato, peggio dell’Italia. Conclusione: è necessario prendere atto che si è aperto un conflitto generazionale in Francia, in Italia e in tutta Europa, nel quale per ora i giovani sono pochi e perdenti. Le giovani generazioni sono esposte ad un “future shock” negativo, mentre per i loro nonni e padri fu decisamente positivo. Il sistema socio-economico uscito dal Secondo dopoguerra ha cessato di investire sui giovani.
La crisi del modello educativo centralizzato
Il secondo ordine di cause è interno al sistema scolastico. Il modello di sistema educativo francese, riprodotto da G. Casati in Italia a partire dal 1859, è statale-burocratico, centralistico, rigido, poco disponibile all’innovazione, fondato sul presupposto “rivoluzionario” che tutti gli alunni sono uguali, tutti con gli stessi bisogni. Questo modello non è capace di “personalizzazione” dei percorsi: non dispone né delle strutture né del personale preparato per questo compito nell’era dell’individualismo totale, che i social dilatano fino al parossismo autistico. Più in generale, le scuole non sono grado di resistere all’onda di piena di conflitti, contraddizioni, movimenti sociali che l’ingresso delle giovani generazioni porta ogni giorno in classe. Né le strutture né il personale sono stati preparati a questa irruzione. A ciò si deve aggiungere – ma è forse la causa principale – la caduta dell’autorità e delle regole, da quelle sociali a quelle dell’ortografia e della sintassi, dovuta al ’68 e, andando più indietro, fino a Rousseau. Il quale sosteneva, nell’Émile, un principio di “pedagogia negativa” per il quale “il precettore non deve dare precetti”, perché il ragazzo li deve trovare da sé. Spontaneista nell’educazione degli individui, il Nostro pretendeva tuttavia che nella politica trionfasse la dittatura della “Volonté générale”. Robespierre ne trasse conseguentemente il Terrore.
Insomma: il modello educativo che ha attraversato indenne tre o quattro rivoluzioni industriali e i mutamenti culturali che hanno portato con sé, pare sempre meno in grado di integrare le nuove generazioni in un progetto di saperi e di valori, coerente con la nostra storia, nazionale ed europea. Le stiamo perdendo?
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da Italia oggi, mercoledì 7 ottobre 2026
Pubblicato con l’autorizzazione dell’autore.


UN AUTOBUS GUIDATO DAI FRATELLI MARX
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