Mentre nelle nostre piazze studenti e professori arrivano a inneggiare a Hamas, Hezbollah e Nasrallah, senza che si levi una voce di condanna sufficientemente forte, a Reggio Emilia accadrebbe qualcosa che, se confermato, rappresenterebbe un fatto di gravità inaudita.
Reggio Children, espressione di un modello educativo conosciuto, studiato e ammirato in tutto il mondo, avrebbe chiesto a professori americani di origine ebraica una sorta di dichiarazione di fedeltà contro Israele come condizione per poter visitare le proprie scuole.
Ci rendiamo conto di che cosa significa?
Significa chiedere a una persona, in quanto ebrea, di prendere le distanze da Israele per essere considerata degna di entrare in un’istituzione educativa. Significa trasformare l’identità ebraica in una colpa da cui doversi preventivamente discolpare.
Nessuno si sognerebbe, giustamente, di chiedere a un immigrato di abiurare le pratiche antidemocratiche, le violazioni dei diritti umani o le politiche dei governi dei Paesi da cui proviene come condizione per essere accolto in una scuola. Perché allora a un ebreo dovrebbe essere richiesto di rinnegare Israele, la terra in cui il popolo ebraico ha realizzato il proprio diritto all’autodeterminazione?
Si possono criticare il governo israeliano, le sue decisioni e le sue politiche. Ma pretendere da un ebreo una dichiarazione politica che non viene richiesta a nessun altro non è critica politica. È discriminazione.
Ed è ancora più grave se tutto questo avviene nel mondo dell’educazione, proprio dove dovrebbero essere insegnati il rispetto, la libertà di pensiero e il rifiuto di ogni discriminazione.
Non siamo più soltanto davanti al silenzio sull’antisemitismo. Rischiamo di trovarci davanti alla sua normalizzazione, perfino nelle istituzioni che dovrebbero combatterlo.
La storia europea dovrebbe averci insegnato dove conduce la pretesa di chiedere agli ebrei dichiarazioni di lealtà, prese di distanza e certificati di buona condotta.
E invece eccoci di nuovo qui.
Ma siamo su Scherzi a parte oppure stiamo assistendo ai primi segnali di un nuovo autoritarismo, nel quale l’identità ebraica torna a essere sottoposta a un esame di ammissibilità?
Perché, se i fatti sono questi, non servono giri di parole.
Il nome è uno solo: antisemitismo.
E chi tace davanti a tutto questo contribuisce a renderlo normale.
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